“Nymphomaniac Vol.1 – 2” di Lars Von Trier: non sparate sul regista!

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Diversamente da molti, non ho voluto dire la mia su Nymphomaniac, la controversa ultima ‘creatura’ di Lars Von Trier, finché non ho avuto la possibilità di vedere anche il vol.2, uscito in questi giorni. Il fatto che l’opera sia stata divisa in due ‘unità’ di lunghezza simile, sicuramente ha rischiato di falsare il messaggio del suo ideatore: il pubblico si è trovato di fronte due film che sono apparsi ‘separati’ come fossero indipendenti, dando luogo a distinzioni e preferenze che non dovevano esistere. Alcuni critici, addirittura, hanno dato all’una ed all’altra parte ‘voti’ differenti e io stessa sono rimasta disorientata dal marasma che ne è nato; credo che tutto questo non sarebbe accaduto se la pellicola fosse rimasta integra, sia pure con gli inevitabili tagli allo scopo di accontentare la censura, vista la scabrosità dell’argomento. A giochi ormai chiusi, devo anch’io ammettere di aver trovato il secondo volume meno coinvolgente, più provocatorio, talvolta inutilmente, e ‘caricaturale’ rispetto al primo in cui, in effetti, vengono raccontati gli ‘inizi’ della vicenda di Joe, nel tipico stile che è il marchio di fabbrica di Lars Von Trier.

Della protagonista di Nymphomaniac, Joe, magistralmente interpretata dalla solita Charlotte Gainsbourg, sappiamo già ogni cosa dalle notizie circolate sui media: giunta ai cinquant’anni dopo una vita ricca di esperienze stupefacenti, viene ritrovata ferita in un vicolo da un uomo non più giovane, Seligman, che la soccorre portandola in casa sua e si trova così ad ascoltare il racconto delle sue avventure. La storia ‘principale’ si svolge quindi all’interno di una stanza ma la narrazione di lei fa riferimento a quanto accaduto nel passato, a cominciare dalla sua infanzia. Ciascuno dei due volumi è, a sua volta, suddiviso in ‘capitoli’cinque per il primo film e tre per il secondo – con dei sottotitoli emblematici del contenuto, in base ad una tecnica già utilizzata per Antichrist, Melancholia, Dogville e Le onde del destino.

Di Joe bambina conosciamo l’attaccamento speciale per il padre, controbilanciato dalla freddezza nei confronti della madre, sappiamo che l’interesse per il sesso inizia molto presto – quasi subito si riconoscono le radici di quella che diverrà il suo giogo fatale  –  e si prefigura come una sorta di divertimento che, con il tempo, diviene crudele. Non è chiaro allo spettatore se, dalla continua pratica sessuale, derivi alla ragazza un reale godimento. Di certo però la sessualità è spesso legata a sofferenza, assenza di sentimento e di vera affettività, tormento personale e nelle relazioni. La morte del padre nel quarto capitolo del primo volume (Delirium) giunge ad inasprire un dolore che è già presente: la fine per ‘delirium tremens’ (come E.A.Poe, al quale esistono nella pellicola anche altri richiami) viene narrata attraverso scarne immagini completamente in bianco e nero e sancisce una situazione che per la protagonista è già ampiamente compromessa. Da qui in poi, i capitoli scandiscono la lenta discesa nel luogo del ‘non-ritorno’,  verso uno stato di infelicità irrimediabile e ‘malata’, forse la più tragica dell’intera trilogia sulla depressione. Il racconto di Joe procede con precisione ma anche con un certo distacco, determinato dalla consapevolezza che lei, nel corso degli anni, ha maturato relativamente ai suoi problemi ed ai possibili modi per alleviarli. Qua e là il regista si abbandona al gusto per la divagazione – quello che lui stesso definisce ‘digressionismo’ – ‘diluendo’ i contesti più drammatici e scioccanti mediante l’inserimento di ‘incisi’ in cui si parla di filosofia, religione, della successione dei numeri di Fibonacci e via dicendo o anche di ‘siparietti’ di carattere umoristico: è un po’ dura, in tali casi, mantenere l’attenzione e la tensione necessarie a seguire le vicende. Il più delle volte è l’interlocutore di Joe, Seligman, ad introdurre i diversivi che scaturiscono da libere associazioni fra i fatti che gli vengono illustrati e le sue conoscenze culturali e teoriche; quasi sempre lei le accoglie con interesse, poiché trovano rispondenza nella sua sensibilità, non del tutto sopraffatta dalla dipendenza che le ha rovinato la vita.

Trattandosi dell’esposizione della fase iniziale della ‘patologia’, il primo capitolo è ambientato prevalentemente nell’infanzia e nell’adolescenza: al suo fascino, a mio avviso, contribuisce anche l’efficace interpretazione dell’esordiente Stacy Martin nel ruolo di Joe bambina. Nel corso della crescita, la sua presa di coscienza progredisce e si alternano momenti ‘normali’, cioè riferibili a situazioni comuni a qualunque ragazzina e momenti che invece fanno parte peculiarmente del suo dramma. Se la mancanza di affetto e di tenerezza, di cui i giovanissimi hanno tanto bisogno, sembra caratterizzare tutta questa prima fase della sua vita, è anche vero che il personaggio appare privo di qualsiasi scrupolo nel seguire gli stimoli che le sue attitudini estreme le suggeriscono: nessun rispetto per i sentimenti altrui – “ non si fa una frittata senza rompere qualche uovo” è l’espressione emblematica usata proprio da lei –  o per i valori morali che regolano l’esistenza del prossimo. Che si tratti di manipolare gli amanti attraverso il sesso o di distruggere famiglie in precedenza unite – si veda, a questo proposito, l’episodio intitolato La signora H del quale Uma Thurman è magnifica protagonista – in pratica, pare che la corsa spericolata di Joe verso qualcosa che forse ancora non sa non si possa più fermare. Anche l’amore, di cui fa esperienza con Jerôme, la figura maschile per lei più significativa che quindi ricorre più spesso, non rappresenta per lei né un conforto né, tanto meno, la salvezza e l’evolversi dei loro rapporti sarà una conferma di questo fallimento. Diversamente da Melancholia, nel mondo di Joe non vi è alcuna bellezza, non vi sono consolazione o armonia possibili, neanche come sollievo temporaneo. Il colore che qui metaforicamente domina è il nero più nero, che si coglie persino nel muro scolorito e macchiato dello squallido appartamento di un anziano solo ed inutile. La protagonista definisce se stessa un “pessimo essere umano”: un’indicazione data sempre con freddezza e razionale consapevolezza, come se lei donna fosse già aldilà di dolore e pessimismo, cioè avesse semplicemente oltrepassato anche quella fase. Si arriva in fondo al volume 1 con la coscienza ormai acquisita, da parte di Joe, che per i suoi aneliti non esiste possibilità di soddisfazione perché nonostante l’incessante ricerca di nuove sensazioni, lei non riesce a provare nulla.

Il secondo procede a descrivere l’ulteriore discesa in basso dell’infelice, cui nessuna umiliazione o sofferenza sembra essere risparmiata. La palese violenza di molte scene qui fa pensare ad una sorta di intransigenza del regista nei confronti del suo personaggio. In realtà, se è ovvia l’assenza, da parte di Von Trier, di qualunque forma di giudizio, pare piuttosto che l’inasprimento sia rivolto al pubblico che d’ora in poi viene fatto oggetto di una serie di provocazioni delle quali non sempre si comprende la motivazione o il senso. Nel primo capitolo, La chiesa d’Oriente e d’Occidente (L’anatra silenziosa), l’insoddisfazione insuperabile di Joe anche all’interno di una relazione stabile – quella con Jerôme, dalla quale è persino nato un figlio –  la spinge all’esplorazione di nuove possibilità di appagamento carnale, alla ricerca dell’orgasmo ‘perduto’. La frenesia di sperimentare prevale anche sull’istinto materno –  la rinuncia a quell’unica, seminale forma di affettività è uno degli aspetti più strazianti della parabola di Joe e, a tale proposito, ho trovato francamente fuori luogo l’autocitazione con la musica “Lascia ch’io pianga” dal Rinaldo di Haendel  – per cui si giunge alla scoperta del mondo della perversione, in particolare dei piaceri sadomaso. Appare allora la figura di K., bizzarro torturatore di donne dai gusti singolari, che ne riceve una gran quantità nel suo appartamento, in cui ha allestito una specie di ambulatorio: in nessun altro passaggio della pellicola la tendenza al grottesco di Von Trier – che si è già spesso vista in azione – raggiunge livelli di totale caricatura ed inverosimiglianza psicologica, a parte, forse, nel finale. Chi aveva creduto che il record fosse già stato raggiunto in Antichrist si sbagliava! K., comunque, contribuisce con i suoi metodi allo svelamento di un ulteriore lato della complessa personalità di Joe, quindi pazienza se qualche scena strappa il sorriso: ciò accade, in verità, anche in altre occasioni, purtroppo a scapito del pathos drammatico che, invece, pervadeva l’intera prima parte. Del resto ad un certo punto la nostra eroina non ci sta più a vivere come un mero ricettacolo di sofferenze ed angosce e subentra una forma di accettazione di sé. Il regista conduce la sua protagonista addirittura nei meandri della criminalità organizzata, della quale diviene una sorta di raffinato esponente per la sua profonda conoscenza delle debolezze sessuali altrui. La disperazione è comunque sempre dietro l’angolo, come dimostra anche la breve storia con P., tramite la quale Joe reincontra nel più sorprendente dei contesti anche il suo amore di un tempo, Jerôme, sperimentando nuovamente la propria vulnerabilità. Ma la sua presa di coscienza è ormai irreversibile e qui sta, a mio parere, il senso della sua vicenda: è la vita di una donna ‘diversa’ che dopo aver conosciuto bassezza e degradazione indicibili, si riappropria in qualche modo di se stessa e sceglie di ‘autogestirsi’ con la libertà duramente conquistata. Joe non cede per amore, come Bess de Le onde del destino ma rappresenta, per così dire, il modello più evoluto: segue il percorso che deve ed è l’obiettivo da raggiungere che è cambiato. Ciò che le serviva era in fondo un ascoltatore e lo trova in Seligman che, dunque, non dovrà deviare dal suo ruolo. Le perplessità nel considerare la pellicola non riguardano l’idea che, presumibilmente, vi sta alla base, bensì la sua realizzazione ma allora il discorso dovrebbe allargarsi allo stile di Von Trier che, come sappiamo, ha delle caratteristiche non a tutti gradite. Per le ragioni fin qui illustrate, personalmente, ho trovato più coinvolgente un altro film che tratta il tema della dipendenza dal sesso: in Shame di S.McQueen che, comunque, dura la metà del tempo, la tensione drammatica non viene mai meno e la sofferenza che lo spettatore condivide con il protagonista è il frutto di un’armonia perfetta fra sceneggiatura e magistrale regia. Ma, appunto, l’armonia non sembra rientrare fra le qualità di un personaggio come Lars Von Trier o delle sue opere; come tanti hanno osservato, egli si lascia amare o detestare, senza possibilità di mediazione, e quelli che io ho definito difetti, a qualcuno parranno pregi: ci siamo abituati. Su una sola cosa penso che ci troveremo tutti d’accordo: Nymphomaniac va assolutamente visto, non fosse altro che per avere l’opportunità di giudicarlo.

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