The Stompcrash: Love From Hell

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Love From Hell è il terzo album di The Stompcrash, band milanese in attività fin dal 2002 e divenuta quindi un riferimento per la scena ‘gotica’ nostrana. Rispetto alla produzione precedente – già avevamo parlato, ad esempio, di Requiem Rosa – in quest’ultimo lavoro il suono risulta più ‘deciso’ e orientato al ‘gothic rock’ piuttosto che alla darkwave. Già la title track, che apre il disco, ci proietta in un clima trascinante: gothic rock corposo – avete presente i migliori Sisters of Mercy? – in cui però, oltre alla chitarra ed alla parte ritmica, anche la tastiera fa la sua parte alla grande, contribuendo a rendere ancora più oscuro il colore di questa musica. Subito dopo, “Jack”, ripiega su sonorità un po’ più lente e meditative, il canto di Christian Celsi si arricchisce di pathos e qui sono basso e batteria che meritano il plauso; “Duality”, cui collabora Andrew Birch dei The Last Cry, è a mio parere uno degli episodi migliori: esordio cupissimo, ottima tastiera che sorregge l’intera struttura interagendo efficacemente con la chitarra e parte vocale di grande intensità. A questo punto, “The Dancing Ants” prende un po’  in contropiede con la sua atmosfera wave cui la voce di Daniela Palermo si adatta perfettamente: niente virtuosismi, ma toni languidi e fluidi vagamente misteriosi che avanzano su sinuose note di tastiera. Nessuna sorpresa, allora, per il ritorno ai canoni gothic di “The Last Goodbye”, in cui anche la tastiera si reinserisce nel contesto più travolgente e ‘rockettaro’: apprezzabile il contributo di Nino Sable dei tedeschi Aeon Sable alla voce. Si giunge così ad un’altra delle ‘perle’ dell’album, “Tonight”: lenta e sconsolata, il canto intenso ed emozionante si lascia guidare dalla struggente tastiera, ben coadiuvata dalla chitarra; quest’ultima, del resto, è pregevole anche nella successiva “Bloodnever”. Invece “Follow you”, con l’accattivante ritornello, sembra pensata più che altro per trascinare il pubblico ai concerti, come è anche il caso della conclusiva “The Pretender”, che opta per formule più orecchiabili e facili. Ecco che risulta ben gradito il recupero di suoni gravi e meditativi come in “On the Seventh Floor” o gothic di “Hunger”. Love From Hell ci appare nella sostanza un buon disco, nonostante qualche caduta di tono che, sporadicamente, si registra.

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