Dark Mirror Ov Tragedy: The Lunatic Chapters of Heavenly Creatures

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Non scherziamo, questi sono sud-coreani, ma non hanno nulla a che spartire con quel tizio grassottello ed orrendamente abbigliato che ha fatto agitare mezzo mondo al ritmo del suo – devastante – tormentone. “Thy sarcophagus” c’introduce col suo solenne incedere ad “Unwritten symphony”, e la voce di Material Pneuma (!) vomita addosso al basito uditorio la sua belluina ira, tra il vorticare mortifero di chitarre e tastiere ed il violino a fendere il poderoso magma sonico eruttato dal combo di Seul come la bigia ala del corvo gli scuri nembi pronti a scatenar una violenta procella (“Perish by Luminos Dullness”). Brani mediamente lunghi (a parte la citata intro e nella delicata strumentale “Virtuoso of the atmosphere”, fresca polla d’acqua cristallina ove ritemprare forze e spirto prima di riprendere il cammino che ci condurrà alle porte dell’Ade, si superano i sei minuti per ogni episodio, con punte che sfiorano i dieci in “The constellation of shadows”), elaborati (anche troppo), intarsiati di spunti geniali (ancora gli interventi del violino e del pianoforte, come in “Dancing in the burning mirror”), una inclinazione all’esagerazione ed all’auto-compiacimento che deriva dai vicini nipponici come pure dall’aver assimilato con disciplina i dettami vergati col sangue dai Cradle of Filth ma, sopra tutto, una perizia esecutiva sbalorditiva rendono questo lavoro (il terzo lungo dall’esordio omonimo del 2005) un occulto masterpiece di symphonic/gothic/black/metal. Ferale il sopravanzare di motivi che lasciano immaginare scenari ctoni di desolata depravazione, intrecci di anime dannate espianti peccati innominabili, guardate a vista da immonde creature abissali che non conoscono la luce, bensì solo tenebra impenetrabile. Anche quando si percorrono schemi più ordinari, come in “Ichnography on Delusion” piuttosto che in “The name of tragedy” (con tanto di intervento di voce operistica), lo si fa evitando di semplificare eccessivamente il risultato, ricorrendo sempre ad ardite alternative ad una edificazione che sennò risulterebbe troppo banale, sempre nell’intento di sottoporre al fruitore dell’opera una versione personale di un genere che – pare – abbia ormai già iscritto nel marmo la propria storia. Sarà la provenienza ovvero la distanza dai palcoscenici calcati fino all’esaurimento dai loro colleghi occidentali, sarà il senso di dedizione alla propria Arte spinto fino al sacrificio, ma in The lunatic chapters of heavenly creatures anche gli orpelli tipici del sympho/goth ai quali i DMoT pur fanno abbondante ricorso (“The noumenon I carved”), non ingenerano quel senso di urticante spossatezza che si rivela in altrui simili lavori, ed anche se la sagoma ingombrante di Dani Filth (ancora “The constellation of shadows”) s’insinua nello svolgimento di tutti brani del disco, come un’aspide che insedia un’alcova, ci si può davvero mostrare indulgenti nei confronti degli asiatici i quali, se non Maestri, certo meritevolissimi Discepoli si rivelano, e considerata cotanta applicazione alla Regola uno stallo tra le Guardie d’Onore del metal sinfonico e gothikeggiante spetta loro di diritto.

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