IQ: The road of bones

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Decimo studio-album per la longeva cricca capitanata dal coriaceo Michael Holmes, unico superstite della prima line-up che nel 1981 posò la pietra angolare sulla quale venne poi edificato quello che, tra luci ed inevitabili ombre, deve comunque venir considerato come uno dei più interessanti modelli di rock romantico, capace di attraversare decenni di storia musicale e, sopra tutto, di non scivolare (a parte una breve parentesi…) nel baratro dello show-biz. Fughiamo ogni dubbio, prima ancora che insorga: The road of bones è un disco dichiaratamente di maniera, forse meno coraggioso e più conformista rispetto al suo predecessore “Frequency” del 2009, ma capace di emozionare e di non far trasparire alcun freddo calcolo. D’altro canto, perché sconfinare, ed a che scopo, tanto chi ascolterà il disco (dopo averlo acquistato, magari approfittando di una delle special edition) conosce la Storia del combo britannico. Capitolo dieci ed ennesimo cambio di line-up, la quale ci riserva una sopresa: il rientro al basso di Tim Esau, il quale abbandonò il vascello dopo la pubblicazione dello sfortunato “Are you sitting comfortably?”, simbolo dell’eterno dilemma che il new-prog si è trovato ad affrontare nel corso della sua tribolata vicenda. Ovvero giungere ad un passo dall’assaporare un riconoscimento più ampio (successo mi pare esagerato), per poi rimaner impotenti ad osservare il baratro che si amplia (le insensibili major e le loro regole crudeli). Troppa la delusione, tanto che un altro protagonista di quella sfortunata parentesi, il cantante P.L. Menel (da molti die-hard fan additato a principale responsabile dell’ammorbidimento del suono e delle troppo concessioni alle FM di “Nomzamo” e dello istesso “Are you…?”) venne sacrificato sull’altare del ripensamento (e del ritorno all’ovile dello storico front-man Peter Nicholls, con Holmes, Esau e Martin Orford tra i fondatori degli IQ). Già, Orford, The road of bones è la seconda issue che non lo vede dietro le tastiere, ma il sostituto Neil Durant (non me ne voglia Martin col quale ebbi negli anni uno scambio epistolare regolare, so che una tazza di the è sempre pronta per me, nella sua casa immersa nel verde del Sud d’Albione…) regge il ruolo con padronanza, addirittura lasciando intravedere delle soluzioni assai interessanti, che magari, semmai la sua presenza non si rivelerà di passaggio come fu per Mark Westworth su “Frequency”, potrebbero venir adeguatamente sfruttate in futuro.. Il solido Paul Cook è nuovamente al suo posto di skin-beater, con Esau ricostituisce una sezione ritmica che dovrà confrontarsi col passato più o meno recente (l’ombra di John Jowitt aleggia…), ma ai frequenti andirivieni ogni discepolo degli IQ è avvezzo, si sa. The road of bones è opera crepuscolare, intima, poggiante su d’un apparato strumentale compatto ma non marmoreo, sul quale Nicholls esercita le sue qualità con grande senso della misura (anche dei propri limiti, perché no?). Brani come l’opener “From the outside in”, come la title-track o come (l’immancabile) suite “Until the end”, prova di resistenza superata con agilità, ma i nostri sono allenati, imprese del genere fanno parte del loro bagaglio, svelano paesaggi inediti ad ogni loro svolta, sempre però notturni ed attraversati da spiriti raminghi in cerca d’espiazione. Un manto di umidore che si appiccica come un velo al paltò della vedova, e che non si stacca da questo nemmeno dopo una scrollata decisa, una volta rientrata dopo la visita al Camposanto. La produzione operata dallo stesso chitarrista, colla collaborazione del rodato Rob Aubrey, ci consente di apprezzare The road of bones in tutta la sua umbratile e discosta grandeur, fornendo una interessante chiave di lettura a questo ennesimo capitolo d’una epica ultra-trentennale che non intende cedere al Tempo. Decisamente dark, in un’accezione del verbo che compila le sue varianti più vespertine e dai margini meno definiti, e meritevole di rispetto e deferenza, in onore di una carriera davvero inossidabile. Ah, dimenticavo, le edizioni speciali! Immancabili, per poche sterline in più potrete gioire di alcuni brani che non sfigurano al cospetto di quelli titolari. Sarà ormai una consuetudine, ma quando le bonus sono di questo valore…

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