“Synecdoche, New York” di Charlie Kaufman: vita o teatro del caos?

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Forse non avrebbe destato grande interesse Synecdoche, New York, l’opera prima del noto  sceneggiatore statunitense Charlie Kaufman, se non avesse offerto una delle più spettacolari prestazioni di Philip Seymour Hoffman, di recente scomparso, qui nel ruolo del protagonista, il drammaturgo Caden Cotard. La pellicola risale al 2008 e viene distribuita in Italia in questi giorni a causa di una serie di questioni legali che si sono infine appianate. Chi abbia conosciuto lo stile di Kaufman quale collaboratore di registi come Michel Gondry e Spike Jonze si aspetterà sicuramente un film di esordio di un certo impegno; in realtà Synecdoche, New York è ben più di questo, in quanto non solo ha una struttura complessa, addirittura tortuosa, ma si serve spesso di simbolismi ed allegorie che aggravano un po’ il lavoro dello spettatore: in sostanza, ci si ritrova a ricostruire la trama fra continui sbalzi e rimandi temporali, visioni oniriche ed immagini decisamente surreali e si arriva alla fine con qualche sforzo. Già il titolo, Synecdoche, New York, che, a quanto si sa, deriverebbe da una sorta di gioco di parole fra Schenectady, New York, località ove la vicenda si svolge, e la sineddoche, figura retorica che si realizza mediante la sostituzione di un termine con un altro ad esso legato da una particolare relazione, fa comprendere che siamo di fronte ad un’operazione non banale né facilmente accessibile ed anzi fa già presagire un’inclinazione all’intellettualismo che, senza dubbio, è una delle caratteristiche del film.

Per questo motivo, non è semplice accennare alla storia che vi viene raccontata. Caden Cotard,  interpretato, come si diceva, da Philip Seymour Hoffman è il personaggio principale e letteralmente ‘dilaga’ con la mole delle sue problematiche: ipocondriaco e maniacale, talmente ansioso nel quotidiano da mettere in seria difficoltà che gli sta accanto, egli vive nella certezza che la morte sia imminente e la gestione della sua vita è dominata così da una convinzione che, ovviamente, non risulta né distensiva né incoraggiante. Tutte le sue relazioni sono influenzate da questa attitudine irrequieta, talvolta addirittura nevrastenica, e la solitudine, accentuata anche dall’incomprensione altrui, domina completamente i suoi stati d’animo. Il primo a risentirne è, per forza di cose, il suo matrimonio: la moglie Adele, artista dal temperamento a sua volta complicato, parte con la figlioletta, che lui tanto ama, per dedicarsi alla propria realizzazione personale. Il nostro protagonista, mentre si dibatte fra visite mediche e tentativi sentimentali con altre donne, vince un prestigioso premio che gli consente di occuparsi finalmente del sogno della sua esistenza: creerà un mega spettacolo teatrale – che avrà luogo in una sorta di enorme magazzino – in cui saranno presenti gli elementi e le persone più importanti per lui. Questo impegno dura un tempo infinito e inevitabilmente si sovrappone con la realtà autentica: ognuna delle figure della storia viene praticamente ‘raddoppiata’ e vive sia la verità del palcoscenico che quella della vita. Poiché poi l’opera teatrale non si completa mai e la biografia di ciascuno si arricchisce ogni giorno di nuovi fatti, ecco che, dalla seconda parte del film, diviene estremamente difficile distinguere fra finzione e mondo reale e la trama risulta quanto mai intricata; le persone vanno e vengono, passano attraverso svariati eventi oppure si ammalano e muoiono e non è sempre chiaro in quale ambito ci si trovi in quel momento. Le vicende di Caden Cotard, ferma restando la presenza della fine, che lui percepisce in ogni istante come una perpetua ossessione, sono viste comunque sotto una specie di lente d’ingrandimento che, trasponendole sul palcoscenico vagamente deformate, ne pone in rilievo i temi centrali, per esempio i fallimenti, le paure e l’incapacità di realizzare le proprie aspirazioni inclusa quella ad una vita sentimentale soddisfacente: anche il rapporto con la bigliettaia Hazel, l’unica donna che, nell’accontentarsi di un ruolo da ‘spalla’, tuttavia  non lo lascerà mai, in effetti non arriva a fiorire e lei invecchia così, in una casa che, misteriosamente, è sempre in fiamme – uno dei numerosi simbolismi non facili da penetrare –  senza la gratificazione di un amore vissuto nella sua pienezza. Nell’inseguimento continuo fra i due si consuma l’unica speranza del protagonista di poter godere del calore di un affetto vero: a lui sembra negata ogni forma possibile di felicità e il dolore di questa condizione è rappresentato da Seymour  Hoffman con una naturalezza sconcertante.

Da quanto si è detto finora, appare chiaro che la visione di Synecdoche, New York è decisamente laboriosa e ricca di elementi che ognuno di noi non potrà non meditare ed elaborare. Questa è la ragione per cui, dopo centoventi minuti belli densi, si arriva un po’ stressati in fondo al film che, comunque, merita tutta l’attenzione che sapremo dargli.

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