The Beauty of Gemina: Ghost Prayers

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E’ uscito quest’anno l’ultimo lavoro della band svizzera di gothic rock The Beauty of Gemina, fondata da Michael Sele nel 2006. La sua carriera è avanzata, negli anni, in modo costante ma senza mai realmente stupire e questo Ghost Prayers, sesto album del gruppo, esplora una serie di campi non necessariamente connessi all’ambito gothic/dark: troviamo così elementi folk, country o anche semplicemente acustici  che, comunque, non privano la musica di atmosfere generalmente oscure. Apre “One Million Stars” in odore di gothic, con la chitarra che lavora efficacemente e la parte ritmica che funziona altrettanto bene; Michael Sele sfodera una voce cupa e coinvolgente. Subito dopo “All Those Days” accelera appena, lasciando intravedere quali numi tutelari i Sisters of Mercy ma “Hundred Lies” sprofonda in una malinconia sfumata e un po’ languida di impronta ’80 che fa pensare a qualche classico della new wave britannica, una tendenza che si accentua nella successiva “Dancer On A Frozen Lake” che, però, opta per vie più facili (Editors?). Rimane in ambito wave ma con l’intervento, qua e là, di un disinvolto gothic rock “Run Run Run”, a mio avviso uno degli episodi migliori dell’intero album. La sorpresa arriva con “Down By The Horses” che sinceramente sembra quasi appartenere al repertorio di qualcun altro, perchè vira in modo inatteso verso uno stile ‘american/blues’ non abituale per la band e fa rimpiangere le meste note wave di poco prima; non troppo riuscito anche il tentativo romantico tutto chitarra acustica e morbido synth di “When We Know” che risulta vagamente melenso. Giunti a “Dragon”, poi, sperimentiamo anche l’uscita ‘folk’ che, francamente alquanto monotona, disorienta ulteriormente. Insomma, niente di degno da segnalare fino alla suggestiva “Darkness” che chiude l’album e ci regala finalmente una piccola perla di gothic romantico: un esordio strumentale di chitarra e piano davvero emozionante e una prosecuzione – per circa dodici minuti! – che non perde un colpo, inclusa la parte vocale ricca di pathos. In questo modo i nostri riportano in equilibrio un lavoro che conosce varie oscillazioni di livello e non convince completamente.

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