In Slaughter Natives: Cannula Coma Legio

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Immagino che gli In Slaughter Natives, per buona parte dei lettori di Ver Sacrum (in particolare quelli più addentro all’ambiente industriale), non abbiano alcun bisogno di presentazioni. Stiamo parlando di uno dei gruppi più influenti nel loro ambito musicale, indubitabilmente tra i creatori della scena martial industrial e autori di alcuni dei più bei lavori di sempre nel genere; sicuramente hanno contribuito all’ascesa di un’etichetta storica come la Cold Meat Industry (R.I.P.) e hanno sempre scelto di pubblicare la loro musica solo una volta pronta, senza sentirsi obbligati a produrre nuovo materiale solo per seguire logiche di mercato. Ricordo come rimasi letteralmente senza fiato al loro concerto all’Eurorock festival del 2000, sicuramente il miglior concerto a cui ho avuto la fortuna di assistere in questo genere musicale e probabilmente nella top 10 assoluta. Tornano oggi, dopo dieci anni, con questo Cannula Coma Legion: non sono stati anni di silenzio totale, visto che c’è stata una certa attività live e la pubblicazione di un triplo CD contenente la ristampa di Mort au vaches e alcune registrazioni live; anche questo nuovo lavoro deve essere considerato una sorta di aperitivo, se consideriamo che solo tre degli otto brani sono totalmente nuovi, mentre gli altri sono rivisitazioni di brani già sentiti; un nuovo CD di lunga durata è previsto invece per il prossimo autunno. In ogni caso, siamo di fronte a un nome talmente altisonante che il suo ritorno sul mercato discografico va sicuramente onorato, anche perché si tratta, come c’era da aspettarsi, di materiale assolutamente pregevole. Certo, non possiamo parlare di clamorose svolte o di materiale che ci stupisce per le innovazioni apportate, ma siamo al cospetto di un progetto che si può anche permettere il lusso di non evolvere, visto che sono loro stessi tra coloro che hanno definito i confini del genere. Probabilmente, rispetto al passato, il suono è meno aggressivo e violento ma non meno opprimente e asfissiante: si picchia forse un po’ meno sulle percussioni ma la sensazione di trovarsi in un ambiente ostile è forse ancora più acuta. L’ascolto degli otto brani occuperà poco più di un’ora della vostra esistenza, ma sarà comunque un’ora ben spesa: è notevole la capacità del musicista svedese di non cadere nei cliché del genere da lui stesso creato e di tenere sempre alta la tensione dell’ascoltatore senza dover a tutti i costi strafare; bellissimi, inoltre, alcuni inserti, come ad esempio l’ipotetico dulcimer in “Venereal Comatose/Closed My eyes”. A questo punto non resta che mettersi in trepidante attesa dell’uscita del nuovo lavoro.

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