Borghesia: And Man Created God

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Non conosciuti come i conterranei Laibach, i Borghesia hanno comunque una storia lunga e movimentata alle spalle, essendo attivi nel campo della musica – sia pure con pause lunghissime – fin dai primi anni ’80. Troppo peculiari e cerebrali per guadagnarsi un seguito di massa – e le tematiche spinose da loro trattate non hanno certo reso la vita più facile! –  i Borghesia di Dario Seraval e Aldo Ivančič sono stati da molti considerati seminali per il postpunk e la musica elettronica ed ‘industriale’, vista la loro attitudine sperimentale e poco legata sia alle mode che alle esigenze di mercato. Questo nuovo album And Man Created God esce dopo circa diciannove anni dall’ultima loro produzione e non è semplice da giudicare: suoni alleggeriti, pezzi distanti l’uno dall’altro, incursioni in vari campi, tanto che sembra del tutto assente un filo conduttore. La prima traccia “We Don’t Believe You” esordisce con voci registrate che però non introducono scatenate note di EBM bensì uno scenario quasi folk con chitarre blande e coretti di impronta melodica: è evidente che qui, al centro, è il messaggio contenuto nel testo. Subito dopo,  “C’est La Guerre” è più elettronica e ‘sintetica’ ma mantiene lo stile melodico che i fan del gruppo riconosceranno con difficoltà;  veramente bizzarra, invece, “My Life Is My Message” che, al di là del contenuto, con il suo ritmo allegro e vivace sembrerebbe la caricatura di una strana marcetta, francamente un po’ fuori contesto. Anche “Kaufen Macht Frei – Buy Baby Buy” pare voler giocare la carta dell’ironia, usando cori pacchiani e spensierati motivetti per esercitare la sua critica anticonsumistica ma non so quanto possano apprezzare i fan abituali dei nostri. Finalmente con “194” l’atmosfera ci fa sentire un po’ più a nostro agio perchè il ritmo diviene più incalzante, quasi ossessivo, la parte vocale lievita in aggressività confluendo in affannose declamazioni combinate a disarmoniche sonorità sperimentali. Delle restanti, segnalo un altro esempio di ironia davvero beffarda, ovvero “Para Todos Todo”, che stempera la critica in una parodia spagnoleggiante e la penultima “Too Much is Not Enough”, l’unica che forse ci propone qualche risicato tratto EBM. Il giudizio, in verità rimane sospeso, come è stato per l’ultimo lavoro dei Laibach qui recensito, con cui è impossibile non tracciare delle analogie.

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