I Fatal Casualties sono un duo svedese costituito da Stefan Ljungdahl e Ivan Hirvonen. Amici d’infanzia, musicisti praticamente da sempre, solo dal 2010 a questa parte hanno iniziato ad essere conosciuti per la loro attività, in particolare dopo l’EP Paria, notato dalla critica. I Fatal Casuaties sono orientati all’electro, nei passaggi più duri anche all’EBM ma non disdegnano derive sintetiche che fanno pensare a legami con i classici, come per esempio i Depeche Mode. Quest’ultimo aspetto si percepisce ancora di più nei brani dell’album appena uscito, Psalm, con il quale i nostri si ripresentano, mostrando di essere maturi per un seguito internazionale. Il lavoro contiene nove tracce abbastanza dissimili fra loro, comunque tutte caratterizzate dall’inconfondibile voce di Hirvonen, capace di una sorprendente varietà di toni. ApreMisantropisk Filth” e il ritmo secco e nervoso fa inizialmente credere che lo stile sia il solito dance/sintetico non distinguibile dalla massa. In realtà il brano non è convenzionale, anzi. Come si diceva, la straordinaria parte vocale, al centro di una struttura sonora minimale, emana un carisma che calamita l’attenzione; l’atmosfera ansiogena è alimentata da occasionali, cupissime dissonanze e rumorismi ‘industriali’. Segue  “Död Man”, di impronta decisamente EBM e più facilmente collocabile su di un ‘dancefloor’: qui il canto pare ‘contorcersi’ incalzato dalla ritmica ‘tribale’; tuttavia è in “Skrik tyst” che Hirvonen si esprime davvero alla grande contribuendo ad un paesaggio molto, molto inquietante. Subito dopo, la nuova versione di “Laica”, traccia già presente nell’EP SITM Remixes, vede anche la collaborazione del vocalist degli Psyche Darrin Huss: l’atmosfera vagamente morbosa, i colori ‘nerissimi’ ne fanno uno degli episodi migliori del disco; “Somewhere In The Middle”, poi,  va soprattutto di tastiera che in qualche passo vibra letteralmente, mentre la voce un po’ ‘perfida’ quasi ricorda quella di Gavin Friday nei Virgin Prunes. Segnalo infine l’insolita “Jag Är Slowburn” che inizia oscura ed enigmatica e confluisce in chiusura in un pacato synthpop e la conclusiva “Slut”, lenta e drammatica, ma coinvolgente per l’intensità del canto. Con Psalm, dunque, le prospettive dei Fatal Casualties appaiono decisamente in ascesa.