Heavier Than Broken Hearts: Heavier Than Broken Hearts

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Ennesima uscita interessante per la SwissDarkNights in questo 2014, rivelatosi così fecondo per la label. Si tratta del primo lavoro del duo polacco Heavier Than Broken Hearts – nome palesemente ispirato alla frase di Chandler  in The Big Sleep “Dead men are heavier than broken hearts” – pubblicato già da qualche mese. L’album in verità era già stato messo in circolazione nel 2013 in vinile per un’etichetta tedesca ma la SDN ne ha proposto una versione rimasterizzata in CD. Il disco è assolutamente fuori dagli schemi e difficilmente inquadrabile in un genere, poichè attinge sia dal gothic rock che dal blues più ‘sporco’ creando un amalgama quasi sempre felicemente riuscito e denso di oscurità se non di mistero. Curioso, vista la provenienza dei due, che le atmosfere nate dalla loro musica appaiano così vicine a situazioni da ‘noir’ americano: l’insolita contaminazione porta a soluzioni insolite e da qui nasce l’interesse che sanno suscitare. Apre “Black Veil” assalendoci con decise immagini metropolitane che includono una chitarra bella pesante, sirene dal suono penetrante ed il canto cupo e un po’ cattivo. La bollente “Purple Dawn” sa proprio di America, quella dei film, delle strade lunghe e deserte e delle desolate stazioni di servizio: Lydia Lunch potrebbe non credere che i nostri provengano dalla Polonia! Il paesaggio resta simile nella successiva “Widow’, in cui tuttavia, contaminati dal goth, i colori divengono ancora più oscuri e sensuali a causa della chitarra, davvero seducente; “In Cold Blood” esordisce, classica, un po’ per volta a partire dalla batteria ma poi la chitarra, di nuovo, si pone felicemente in primo piano e il canto pare quasi una parafrasi di Johnny Cash in una delle sue fasi più depresse. “Nameless Graves”, decisamente una delle tracce più belle, evoca ambienti fumosi e disadorni mentre la musica sembra ruotare tutta intorno alla chitarra talmente espressiva da mettere quasi in ombra la voce. Delle restanti voglio menzionare solo la conclusiva “The Long Goodbye”, dall’andamento lento e lineare: di certo una delle più tristi e ricche di pathos, suscita una sensazione vaga di malessere e rimpianto che poi resta dentro. Anche chi, come la sottoscritta, non è un ascoltatore abituale di questo genere – che gli interessati hanno definito, come a coniare un nuovo filone, ‘gothic blues’ – potrebbe qui trovare ragioni per un’esperienza diversa…

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