Interpol: El Pintor

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Quinto full-length per gli Interpol, gruppo che ha contribuito fortemente alla riaffermazione del genere darkwave finchè non è tornato di moda come non mai. I newyorkesi sono rimasti orfani nel 2010 dell’ottimo bassista Carlos Dengler che, di fatto, non è mai stato rimpiazzato e dunque El Pintor – il titolo è l’anagramma di Interpol! – è il frutto dei tre rimasti con le parti di basso eseguite dal frontman Paul Banks: molti hanno osservato che la differenza si sentirebbe, tuttavia il disco è davvero bello e sembra riallacciarsi ai primi due della band e non tanto al precedente – deludente! – Interpol . Le dieci tracce, che sono state registrate a New York con la collaborazione di James Brown – già al fianco degli Arctic Monkeys – e di Alan Moulder, produttore, fra gli altri, di My Bloody Valentine e Nine Inch Nails, non contengono grosse novità e ricalcano quelle che sono le caratteristiche degli Interpol un po’ da sempre: i nostri si esprimono innegabilmente con maggior classe e, rispetto al lavoro precedente in cui si faticava a trovare punti di riferimento, qui i pezzi cui ‘affezionarsi’ decisamente ci sono. Una di queste è proprio l’opener “All the Rage Back Home”, energica ed orecchiabile con la chitarra molto accattivante, praticamente perfetta per le esibizioni live; subito dopo, “My Desire” in effetti sembra un brano di Turn On the Bright Lights e mostra lo stesso impeto che c’era in quell’album, sostenuto, come al solito, dalla bellissima chitarra di Daniel Kessler che qui si esibisce in passaggi insolitamente ‘tirati’. “Anywhere” è uno degli episodi migliori del disco: ritmo nervoso ma impeccabile,  chitarra deliziosamente wave ad evocare quell’atmosfera malinconica così tipicamente ‘Interpol’. Anche la successiva, “Same Town, New Story”, è assolutamente godibile: nel suo rallentare l’andamento combinando in modo davvero indovinato tastiera e note ‘tintinnanti’ di chitarra è quella che propone l’arrangiamento più ‘estroso’.  “My Blue Supreme” è una delle più cupe ed introspettive e grande si dimostra la prestazione di Banks che alterna le sue abituali tonalità ‘profonde’ ad inediti momenti in falsetto senza mai cadere nel pacchiano. Dopo la gradevole – ma tutto sommato ‘consueta’ – “Everything Is Wrong”, gli Interpol guardano ancora intensamente al passato ed alla tradizione ‘dark’ e persino ‘gothic’ con l’ottima  “Breaker 1” e, pur insistendo sulle brevi ‘escursioni’ nel falsetto, utilizzano anche palpitanti ritmi punk con “Ancient Ways”. Le conclusive “Tidal Wave” e “Twice as Hard” sono alla fin fine le meno rilevanti, ma non abbassano certo il livello di un disco come El Pintor, prova inconfutabile della buona salute degli Interpol a dispetto di chi avrebbe quasi voluto celebrare il loro funerale.

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