Ventenner: Distorture

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Terzo album per il progetto londinese Ventenner, voluto da Charlie Dawe, che inizia a farsi un nome nell’ambito dell’industrial/metal e affini, attirandosi un certo seguito fra gli amanti delle sonorità più forti ed ‘abrasive’. Distorture che, oltre al suddetto Dawe, vede la presenza anche di altri musicisti, non si discosta dai canoni del genere –  che si riscontrassero influenze di mostri sacri come i NIN era a dir poco prevedibile – e, conferendo comunque molto spazio alla chitarra, è pervaso da un clima alquanto ‘infernale’, sia pure con qualche sporadica pausa nel corso dei dodici brani che lo compongono,. L’opener “Rise”, strumentale, con il suo esordio apocalittico ‘prepara’, per così dire, l’irruzione della successiva “Six Blood” che ci spalanca quello che potremmo definire il mondo di Charlie Dawe: atmosfera opprimente, ritmo pulsante e canto che alterna toni bassi e minacciosi  ad altri super-impetuosi, suscitando i tipici colori dello stile ‘industriale’. “Wave”, per quanto più lenta, non cambia tinte, anzi, è arricchita da sonorità talmente taglienti e dissonanti – inclusa una sorprendente serie di note al piano – da essere adatta a contesti horrorifici, mentre “Unaffected” è un autentico attentato alla pace dell’anima poiché, dopo l’esordio quasi pacato a cura di una melodica chitarra, esplode e conduce ad un punto di arrivo che è pura sofferenza. Poi, dopo il breve intermezzo strumentale della title track, ecco uno degli episodi migliori, “Skin Ritual”, che dimostra di saper rappresentare scenari oscuri anche senza eccessivi scoppi di violenza. Riguardo le restanti tracce non c’è molto da dire: “Begin Again” ripropone le chitarrone pesanti, “Metacell” fa letteralmente pensare ad un bombardamento mentre con “Cast” comincia a subentrare un filo di noia, tanto che la successiva “Undone”, insolitamente ‘morbida’ e malinconica, fa tirare un breve respiro di sollievo. La conclusiva “Shade”, invece, più greve e ‘accigliata’ torna alle modalità abituali, lasciandoci moderatamente ottimisti rispetto alle prospettive dei Ventenner.

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