Esben & The Witch: A New Nature

0
Condividi:

E’ uscito lo scorso 1° settembre A New Nature, il terzo, atteso, album degli Esben & The Witch. Se nel precedente Wash The Sins Not Only The Face il punto di forza erano le magiche atmosfere oniriche in cui l’ascoltatore sentiva di potersi perdere, la musica del gruppo sembra aver ricevuto un’’iniezione’ di energia e anche la voce della Davies risulta più incisiva, con passaggi spesso più travolgenti che eterei. Molti attribuiscono grandissima importanza al distacco  da Matador Records ed alla scelta di far uscire il lavoro con Nostromo Records, etichetta della band: il disco inoltre è stato registrato con l’ausilio di Steve Albini degli Shellac che, di certo, non avrà mancato di far sentire la sua presenza. A New Nature, in effetti, appare in qualche modo sorprendente. Per esempio, l’opener “Press Heavenwards!” attacca con una chitarra malinconica e un po’ ‘sospesa’ che si arricchisce lentamente di trillanti variazioni fino all’irrompere vigoroso di basso rimbombante e batteria in assetto ‘rock’: mentre il canto regge ottimamente  il gioco e gareggia in forza con la chitarra divenuta ormai dirompente, impossibile non osservare quanto poco ethereal suoni l’insieme, anche quando la chiusa acustica riporta la calma. “Dig Your Fingers”, musicalmente un inno alla semplicità, è costruita sulla voce di Rachel Davies, qui ai livelli di Elizabeth Fraser, ma non manca la sorpresa ed è il finale, stavolta, a risultare esplosivo con il canto a gola spiegata che ‘libera’ tutti; subito dopo, in “No Dog”, una delle tracce più interessanti del disco, il paesaggio si fa apocalittico fra ritmo pulsante e ‘chitarrona’, ma la ‘natura’ sconvolta pare acquietarsi quando la Davies fa sentire la sua voce taumaturgica… Al centro dell’album ecco la lunga “The Jungle”: anch’essa inizia in sordina, definita dal ritmo cadenzato, ma il canto sembra foriero di tempesta e la chitarra curiosamente ricorda il suono intenso e penetrante di quella di Gemma Thompson delle Savages; proprio quando ci si sta per abbandonare al flusso ribollente della musica, dopo un’impercettibile pausa, un incredibile, ‘dolente’ assolo di sassofono, bellissimo quanto impensabile in quel contesto e siamo in odore di capolavoro. L’alternanza fra minimo e massimo di tensione dura per molti, molti minuti di fila e lascia l’ascoltatore quasi esausto. Ecco che allora il commovente esordio di “Those Dreadful Hammers” – Rachel Davies che canta da sola in un ‘universo’ senza suoni – crea un’illusione di calma subito smentita da chitarra e basso esplodenti e, più in là, riappare il ‘remoto’ sassofono come l’ombra sottile di un ricordo: forse il brano più sperimentale dell’album. Così, dopo l’intermezzo minimal/melodico di “Wooden Star”  e la cupa, claustrofobica ‘tirata’ post-punk ancora in Savages-style (“Blood Teachings”), la malinconica grazia folk della conclusiva “Bathed In Light” ci lascia quasi con la sensazione di esserci sognati tutto il resto. L’idea è che gli Esben & The Witch siano diventati talmente padroni dei loro mezzi da potersi lasciare alle spalle qualunque tipo di canone prestabilito: come succede ai grandi artisti, insomma.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.