Peter Hook: Joy Division – Tutta la storia

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Bisogna farsi forza ed ingoiare l’amarezza, per leggere questa storia dei Joy Division scritta dal bassista Peter Hook: la tragedia che ha troncato la loro carriera in piena ascesa li ha fatti transitare direttamente nel mito e, ancora oggi, ne alimenta il ricordo. Per noi fan inconsolabili, da un lato risulta doloroso rievocare le vicissitudini di una band che, dal primo momento, ci ha colpito nell’intimo, dall’altro non si esaurisce il desiderio di conoscere sempre più particolari che ci aiutino a comprendere verità e stati d’animo. Da qui la spinta ad affrontare la lettura degli eventi del libro nonostante il sospetto che le motivazioni di Peter Hook non stiano nella volontà, da parte sua, di dare la propria versione dei fatti ma, presumibilmente, nel bisogno di sfruttare ancora una volta quella leggenda in cui ha giocato un ruolo importante senza però ricavarne troppa celebrità o ricchezza. Ian Curtis incarna da sempre un mito che custodisco in me con affetto anche se ho raggiunto un’età in cui per gli idoli non dovrebbe più esserci posto. Ho evitato il volume pubblicato dalla moglie Deborah, che ho immaginato indotta da necessità analoghe a quelle del bassista, ma ho pensato che la prospettiva di Hook che, al di là dell’imprevista evoluzione subita dalla carriera sua e degli altri membri del gruppo, ha sempre professato amicizia per tutti loro incluso il compianto Ian, potesse essere più obiettiva e fedele di quella di una moglie delusa. Probabilmente è così, benchè, scorrendo le pagine di Joy Division – Tutta la storia, sorga l’idea che anche il nostro bassista, nel suo racconto, abbia inserito opinioni ed esperienze legate alla sua personalissima vicenda, che lo vede sprovvisto del fascino irresistibile del frontman della band e quindi eternamente in secondo piano. Questo non significa che quanto lui afferma non corrisponda a verità ma fa capire perché Hook ci tenga tanto a mostrare aspetti quotidiani anche prosaici di Curtis, cercando di demolirne o, almeno, di ridimensionarne l’effigie ‘romantica’ e ‘maledetta’ che, a maggior ragione dopo il suo suicidio, il mondo si era fatto di lui. Così ci viene raccontata nei dettagli – spesso imbarazzanti! – una quantità di scherzi per lo più di cattivo gusto concepiti ai danni di colleghi, altri musicisti, roadies e via dicendo ai quali Curtis, soprattutto agli albori dei Joy Division, avrebbe collaborato con entusiasmo a dispetto del suo carattere introverso e dell’immagine ‘drammatica’ legata all’epoca al suo modo di proporsi durante i concerti. I principali problemi del gruppo sarebbero stati connessi con le difficoltà economiche e le contrarietà relative al periodo di ‘gavetta’ che ha preceduto il raggiungimento del successo, anche dopo l’incontro con la Factory. L’autore ci tiene a sottolineare, fin dalle prime pagine, l’appartenenza dell’intera band alla ‘working class’, l’adesione al punk non tanto come scelta ‘culturale’ ma ‘viscerale’ e la lontananza da qualunque forma di intellettualismo, attribuito loro nel corso del tempo. Amarezza suscita l’ammissione frequente, nata forse dal senso di colpa che Hook non nasconde di provare, su quanto la malattia di Ian sia stata tutto sommato sottovalutata, offuscata dal desiderio di acquisire  lo ‘status’ di rockstar anche ignorando le esigenze dei singoli, i problemi, il tormento. Perché la posizione di Ian Curtis – e il bassista lo dice molto chiaramente! – era la più complessa: caricato fin troppo presto delle responsabilità di una famiglia, con le quali mal si conciliavano gli impegni musicali, i concerti ed i viaggi, oppresso da una patologia invalidante che minacciava di distruggere tutte le sue aspirazioni e, alla fine, coinvolto in un rapporto passionale ai suoi occhi senza speranza, ce n’era a sufficienza per fiaccare un giovane che, allorchè decise di abbandonare la ‘scena’, non aveva ancora compiuto ventiquattro anni.

Ma queste sono storie che sappiamo e le giustificazioni addotte dall’autore, sia in relazione all’indifferenza di fronte al dramma che si consumava davanti a tutti, sia rispetto all’utilizzo – e qui si apre uno scenario già noto ad alcuni di noi per il suo squallore – del materiale dei Joy Division prima e dei New Order lasciano un po’ il tempo che trovano. Anzi, Hook afferma ironicamente che quest’ultimo aspetto, insieme ai furibondi contrasti tra lui e  Bernard Sumner, sarà oggetto di un nuovo libro, un libro di cui, forse, ci prenderemo il lusso di non parlare.

L’interesse di Joy Division – Tutta la storia – una lettura altamente consigliabile agli ‘orfani’ vecchi e nuovi della band – sta, a mio avviso, soprattutto nella ricostruzione di un’epoca artistica e culturale che, a distanza di una trentina di anni, ancora ci affascina profondamente e nella vicenda umana di un gruppo di ragazzi che ha avuto la (s)fortuna di viverla in prima persona e, come molti altri, ha pagato il suo scotto allo ‘showbiz’. Intriganti, poi, il commento dettagliato ad ogni singolo brano dei due album Unknown Pleasures e Closer da cui si apprendono varie notizie  e curiosità, le accurate cronologie oppure il racconto dei rapporti con il loro storico produttore, Martin Hannett che, a sua volta, non è arrivato alla senilità. Tuttavia, tante, troppe domande restano senza risposta e di certo rimarranno tali anche dopo che sarà uscita l’opera di Sumner che, come si è recentemente appreso, ha deciso di dire sui Joy Division anche la sua verità. Così il quadro sarà completo…

Peter Hook “Joy Division – Tutta la storia”, Tsunami 2014, pag.288, € 20,00

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