Ash Code: Oblivion

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La carriera degli Ash Code sta procedendo a tamburo battente se, in attività da meno di un anno, hanno già potuto rilasciare due singoli e, adesso, Oblivion,  il loro debut album. Il progetto di Alessandro e Claudia che, fin dal principio, hanno dimostrato i loro legami con la tradizione postpunk disegnando oscuri scenari darkwave, molti dei quali saranno perfetti per i dancefloor di genere, con le dieci tracce di Oblivion brucia letteralmente le tappe esprimendo un’inattesa maturità e padronanza di mezzi che, solitamente, caratterizzano band ben più affermate. Senza alcuna pretesa di originalità – di questi tempi è ormai praticamente impossibile – gli Ash Code ci offrono un ascolto sempre piacevole, quasi sempre di buon livello e raramente ripetitivo, il che, vista la diffusione del genere che praticano,  mi pare un risultato più che soddisfacente. La prima traccia “Void” è solo una breve inquietante introduzione di poco più di un minuto che apre poi lo scenario ‘new wave’ di “Waves With No Shores”: sonorità tipicamente ‘vintage’, ritmo sostenuto dal drumming ‘nervoso’ ed un bel basso cupo, il pezzo entra decisamente nella memoria. Subito dopo, “Dry Your Eyes”, uscita come singolo e palesemente pensata per  ballare, si avvale nuovamente di un bel basso e anche la parte vocale a cura di Alessandro merita l’elogio. Assai più interessante appare tuttavia “Crucified”: meno orecchiabile e più aggressiva, con l’andamento convulso, anzi scandito da un respiro affannoso che dà la sensazione di far parte del contesto, nella freddezza di un paesaggio quasi ostile strizza l’occhio all’industrial; la title track, minimale e gradevolmente ritmata, tutta giocata su basso e tastiera, sembra un po’ la ‘summa’ dello stile dei nostri, inserendosi onorevolmente in una tradizione che data ormai da tanto e che, di recente, ha prodotto piccoli capolavori come i due dischi dei Lebanon Hanover. “Unnecessary Songs” e “Empty Room”, quest’ultima uscita anch’essa come singolo, in verità non fanno che accelerare il tempo, mantenendosi sui medesimi standard, mentre “Drama”, una melodia che entra subito in testa, vede Claudia esibirsi efficacemente al canto. Ricordiamo infine l’ultima traccia, “North Bahnhof” perchè si distingue per gli insoliti suoni onirici e l’atmosfera intensamente malinconica: decisamente uno degli episodi migliori dell’album, attestante una vena lirica che, a mio avviso, varrebbe la pena continuare a coltivare.

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