Le radici del doom. …As we dive into the dark è un disco degno del catalogo della Hellound Records, se la storica label tedesca esistesse ancora. I Count Raven, i Saint Vitus di Scott Reagers, ma anche Lost Breed, Wretched… E la benedizione di Wino a suggellare un patto scellerato col Fato avverso. Le litanie elevate al cielo plumbeo e foriero di tempesta dal vocalist Sfak evocano un’epoca forse perduta, ma che un manipolo di prodi continuerà a celebrare, mantenendola in vita, seppur al buio impenetrabile delle catacombe, reliquie sepolte sotto strati di polvere… Gli a-soli stonati di Painkiller e dello stesso Sfak dimostrano coscienziosa deferenza nei confronti del Maestro Chandler e di “Fodde” Fondelius (la breve istrumentale “Memories of a forgotten season”, dolentissima scheggia dark, starebbe benissimo in “Destruction of the void”). La pachidermica sezione ritmica (Damien Thorne, basso, e The Animal batteria) scandisce il ritmo funereo di “Scylla (the bitch that lurks in the abyss)”, accostandosi nelle liriche ad un tema leggendario che i loro compagni d’etichetta I Miti Eterni hanno sviluppato pregevolmente nel monile epic “Historia Cumae”, rendendo ancor più allettante l’operato dei messinesi, che affrontano il tema confezionando una delle tracce più interessanti, e meglio riuscite, di …As we dive into the dark. L’andamento volutamente stonato viene tenuto sotto controllo dal quartetto siculo come fecero i Cathedral in “Forest of equilibrium”, mentre in “The wild hunt” appare in lontananza la sagoma ingombrante di Messiah Marcolin (epoca “Tales of creation”). Ma i Fangtooth non si limitano a proporre un bignamino del doom più autarchico, ed evitano pure di scivolare sul viscido scoglio Black Sabbath riuscendo così a proporre un lavoro convincente, mentre troppi altri hanno fallito nell’impresa proprio per eccesso di devozione. Affidando poi la chiusura ad un’altra canzone dal minutaggio dilatato (“Lord of a Kingdom Dead”) calano sul tavolo (di marmo nero) la carta decisiva, quella che farà volgere a loro favore la partita: le chitarre che concedono attimi di tregua nel bel mezzo del fortunale che sta scatenando tutta la sua potenza, e che paiono piangere come le vedove afflitte sulla tomba dei mariti perduti per sempre, l’incedere solenne del brano lo colloca fra le migliori espressioni del genere, e poco importa appunto se già tanti altri hanno battuto il medesimo sentiero. Doveroso menzionare lo spirito d’intraprendenza dell’etichetta, poco incline a seguire le sirene dell’attualità, e schiettamente votata all’espressione metallica più pura. …As we dive into the dark segue di quattro anni l’omonimo debutto, e certifica l’avvenuta maturazione dei children of doom di Messina, e così sia…

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