Hapax: Stream Of Consciousness

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Stavolta proviene da Napoli e si presenta proprio a fine anno il progetto che promette di occupare un posto d’onore nella già abbastanza prestigiosa scuderia della SwissDarkNights: di recentissima costituzione, Hapax, il duo di Michele Mozzillo e Dye Ki Nlooln, rilascia il suo debut album Stream Of Consciousness. Undici tracce di limpida coldwave, le atmosfere che evocano i colori spenti di una visione nordica, ed un disco il cui titolo sembra un richiamo a Joyce, gli Hapax paiono essere riusciti là dove molti altri della loro generazione e formazione culturale si sono in precedenza arenati: proporre una formula originale e nettamente italiana che riallacci le fila di tanta esperienza e passione wave mediante gli stimoli dati da una ‘ipersensibilità’ sottile, tutta moderna ma ‘sofferente’ come quella di trent’anni fa. A tale scopo, gli Hapax hanno usato la ricetta più semplice del mondo: basso, chitarra e synth, abbinati ad un canto che suona a volte freddo e distante, a volte invece sorprende, come un grido che viene da dentro, dalle profondità, appunto, della coscienza. Tutte queste caratteristiche si trovano già nell’opener, “Untitled Heart”, con il suo liquido esordio elettronico: il drumming vivace ed il basso sobrio sorreggono appena la struttura, al centro della quale il synth ricama infiniti, chiari disegni. In “To the Other Side” fluide note di chitarra e la voce dai toni remoti pervadono il clima di una malinconia senza tempo, inondando l’anima di solitudine: è una sensazione forte, che si stempera poi nella più ‘danceable’ “When The Marble Falls”. La splendida “Spleen”, subito dopo, dice già tutto nel titolo: la chitarra diffonde suoni languidi , la tastiera ‘impregna’ il paesaggio di una magia inquietante che si completa nel mistero del canto; la melodia di “Exit”, poi, si fissa nella mente e non va più via, mentre “Time” si concede il lusso di un omaggio alla wave più classica. Sempre in ambito classico si situa anche “As Empty Shells”, ma il profluvio di cristalline note ‘sintetiche’ ne fa un piccolo gioiello di leggerezza ed eleganza; in “Like Sand”, invece, è la chitarra che fa lievitare la malinconia fino al dolore. Fra le ultime tre tracce segnalo “Listen”, che conclude l’album fra lo scintillio di una chitarra seducente ed i toni drammatici e ricchi di pathos della voce di Michele, qui oscillante di mille sfumature: è il brano forse più intenso e complesso e, dopo la prima metà, con l’introduzione di suoni più duri di matrice ‘industriale’ l’atmosfera precipita nell’oscurità, al punto che diviene difficile, alla fine dell’ascolto, ritrovare se stessi. Siamo dunque certi che gli Hapax prenderanno il volo e sapranno farsi apprezzare dalle scene che contano; ma prima che ciò accada, ci auguriamo di cuore di vederli suonare dalle nostre parti.

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