Ritual Howls: Turkish Leather

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Il secondo album dei Ritual Howls, trio di Detroit che si situa all’interno del postpunk revival negli States, a mio avviso ha buone probabilità di successo a livello internazionale. Perché Turkish Leather è un disco bello, intenso e coinvolgente. Preceduto da un lavoro autoprodotto e da alcune cassette per la Nostilevo, label americana specializzata in generi che ci interessano, quest’album è stato pubblicato dalla Felte, nota etichetta che ci vede chiaro, se l’anno scorso ha fatto uscire fra gli altri l’ottimo Fate dei nostri Soviet Soviet. I Ritual Howls infatti hanno tutte le caratteristiche per imporsi e, in particolare, hanno saputo gestire – ed assorbire – una tradizione così tanto imitata traendone spunti per elaborarli, combinarli, arricchendoli in questo modo di inediti echi. In loro, infatti, troviamo il basso che a volte risuona di Joy Division, la tastiera gothic/dark, una chitarra a volte romantica a volte tendenzialmente psichedelica e la bella voce di Paul Bancell che è un vero piacere ascoltare. Turkish Leather si apre con le note lente e sospese di “Zemmoa” interrotte poi dal drumming deciso; ciò che si sviluppa dopo è un brano di pura e nera seduzione: dimenticate gli Editors e i loro amici, non abitano qui. Segue “The Taste of You”, una traccia che si pone fra Morricone e Nick Cave, due riferimenti che si ritrovano anche altrove nel disco; “Take Me Up” ci fa capire che i Ritual Howls il synth pop più dark lo conoscono bene e che tirar fuori note gotiche dalla tastiera per loro non è un problema. “My Friends”, invece, sa incrementare l’oscurità gradualmente introducendo anche inquietanti rumorismi che ‘guarniscono’ chitarra e basso in gran forma, mentre “Finale Service” si cimenta con un rock asciutto da paesaggio ‘western’ e “Helm” avvince con la malinconia del canto e il ‘dlin dlin’ della chitarra, su basi di voci indistinte. In chiusura la tesissima “No Witnesses” sembra inglobare tutti i tratti fin qui esposti, ci aggiunge di nuovo i rumori e tocchi di chitarra ‘pesantona’ e completa con frasi di canto di grande intensità e la title track inizia con sottili visioni fredde che si addensano via via proponendo fitte e brumose selve. Non manca una bonus track  “I’d Rather Not”,  pezzo wave nervoso, per non dire ‘rancoroso’, che conclude degnamente uno dei dischi ‘sorpresa’ di questo 2014.

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