“Hungry Hearts” di Saverio Costanzo: il bene dei figli…

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Chissà quanti avranno chiesto al regista Saverio Costanzo, dopo aver visto il suo Hungry Hearts, se fosse maschilista o anti-vegetariano. Il fatto che la protagonista del film sia una madre vegetariana che, nel corso di una tormentata vicenda, mette a repentaglio la vita del proprio figlio pur amandolo con tutta se stessa, probabilmente suggerisce considerazioni troppo semplici.  Ma l’opera di Costanzo semplice non è per niente, come non possono esserlo i drammi familiari che accadono ogni giorno nella realtà. Del resto l’interesse del regista per le storie difficili ed i personaggi  complessi è cosa già nota.

Benchè abbia un inizio un po’ grottesco, l’amore fra Mina e Jude divampa fino a condurli fatalmente alle nozze, sia pure in modo affrettato e, forse, non voluto. Lei si presenta fin da subito come figura dolente e solitaria con molta sofferenza alle spalle, in palese contrasto con la razionalità controllata del marito. L’imprevista maternità sembra essere per la donna una sorta di detonatore che porta all’esplosione una situazione personale già compromessa: in gravidanza appaiono i primi problemi, che si acuiranno ulteriormente con la nascita del figlio, oggetto di un amore simile ad un ossessione. Questo attaccamento abnorme, deformato anche dalle convinzioni patologiche circa la ‘purezza’ dell’ambiente e del cibo spinge la donna a non somministrare al piccolo sostanze di origine animale; la sua crescita viene così gravemente pregiudicata. Costanzo non ci illustra la radici della ‘malattia’ di Mina e non ce ne spiega l’esatta natura: si può supporre che si tratti di una forma vicina alla depressione, forse addirittura al delirio paranoide. Del figlio non conosciamo neanche il nome, la sua esistenza è ‘filtrata’ dalla presenza materna da cui dipende il suo bene, in questo caso – letteralmente! – la sopravvivenza. Il terzo ‘polo’, il padre, prende coscienza della situazione con lentezza, non volendo accettare l’idea che nel comportamento della moglie vi sia qualcosa di anomalo. Ma la consapevolezza poi arriva, anche grazie all’aiuto della madre di lui che, invece, comprende subito il pericolo e si adopera per proteggere il neonato, a costo di fare delle scelte pesanti che implicheranno conseguenze gravi.

Hungry Hearts si basa sul romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, uscito per Einaudi un paio di anni fa e molto bene accolto dalla critica. Il libro inizia dalla conclusione per risalire all’indietro a raccontare la vicenda della coppia ed il suo dramma. Pur capovolgendone la cronologia, la pellicola rispetta nella sostanza gli eventi narrati nell’opera, arricchendoli di dettagli ‘cinematografici’ adatti a tener viva la tensione: dalla seconda metà del film, infatti, l’andamento è proprio quello di un thriller e non mancano la suspense e punte di notevole angoscia.  L’ansia di Mina si rivela gradualmente come una vera patologia le cui manifestazioni si fanno via via sempre più dannose per il bambino: brava la Rohrwacher nel proporre la sofferenza e le fragilità del personaggio, moglie e genitore che ama di un amore malato e distruttivo. Il rapporto fra madre e figlio si presenta qui in una versione inedita ma altrettanto toccante nella sua assurdità, elevandosi ad un legame quasi ultraterreno, che trascende la fisicità dei corpi: Mina teme che il mondo impuro lo contamini, non vuole nutrirlo con cibo che possa inquinarlo; ella insiste nel suo comportamento anche quando diviene una minaccia per la salute di entrambi. Appare improprio accusare il regista di maschilismo, per aver affidato al padre il compito di salvare il bambino riportandolo ad una situazione di normalità: la relazione che intercorre fra ciascuno dei due genitori ed il figlio non è uguale e, nel bene o nel male, unica ed indiscutibile resta la peculiarità del rapporto con la figura materna. La problematica descritta da Costanzo, dunque, non è legata, per Mina, al suo essere donna ma al suo essere madre ed al fraintendimento del proprio ruolo che non è quello di ‘proprietaria’ assoluta del figlio, anche se lo ha partorito. Ipotizzare, poi, come è stato fatto, che al centro di Hungry Hearts, vi siano considerazioni negative in merito alla dieta vegetariana seguita dalla protagonista appare davvero fuori luogo. La ‘malattia’ di cui egli racconta non è determinata dall’alimentazione ma, ancora una volta, nasce dall’anima per dilagare nel mondo circostante e ‘deformarlo’ fino a farlo divenire irreale: le immagini stesse che, da un certo punto in poi, risultano palesemente distorte nella prospettiva attestano questo processo e contribuiscono a provocare il turbamento ed il malessere che – sperimentato personalmente! – vi resterà addosso anche quando sarete usciti dal cinema.

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