“Mommy” di Xavier Dolan: dolce, cara mammina

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Il rapporto madre-figlio è stato così tanto esaminato, scandagliato e posto al centro di vicende più o meno efficaci che sembrava impossibile poter dire sul tema qualcosa di nuovo. Ci è riuscito l’enfant prodige canadese Xavier Dolan, con la semplicità che ha sempre caratterizzato le sue produzioni, rimaste purtroppo finora senza distribuzione da noi (e siamo ormai alla quinta, se consideriamo soltanto le regie) e quella sincerità che spesso fa parte dei grandi geni e ce li rende così cari. Perchè Mommy è un film importante e sconvolgente, che non può essere liquidato con un affrettato ‘mi piace’ o il contrario. La pellicola, la cui ambientazione in un futuro non ancora attuale serve solo a giustificare un aspetto della vicenda ed acquista rilevanza alla fine, mostra la complessità e l’intimità di quel vincolo ‘primario’ che appunto per il suo essere basilare sembra non aver bisogno di alcuna spiegazione. Si è letta ovunque la frase pronunciata dal regista in occasione della presentazione dell’opera in Italia: “La figura materna in relazione ai figli è un pozzo senza fondo di ispirazione”. Mommy attesta la verità di questa affermazione.

Diane, la protagonista interpretata dalla straordinaria Anne Dorval, non è principalmente una madre o, magari, non esclusivamente. Vedova, sola, indipendente, la sopravvivenza è la sua priorità. Una personalità forte dotata di una volontà di ferro la sostengono allorché, per motivi legati ai comportamenti di lui, si ritrova a dover provvedere all’unico figlio dimesso dall’istituto ove era internato. Steve è un adolescente problematico: iperattivo, irruento e spesso violento, pare non poter essere gestito all’interno di una normale struttura familiare. Non che il ragazzo non sia intelligente o sensibile, anzi. Il regista non dà uno specifico nome alla patologia di cui egli soffre, ma ci mostra con chiarezza la sua incapacità di controllare le reazioni emotive ed i pericoli che conseguono dal suo lasciare libero sfogo ad ogni impulso dettato dalle situazioni contingenti, anche se si tratta di stimoli aggressivi o antisociali. Ma se Steve non ha in effetti un posto nella collettività, che rifiuta di farsi carico della sua diversità, così non è nella vita di sua madre.  Pur consapevole della difficoltà di condurre un ménage familiare di questo tipo, senza concreti appoggi e aiuti esterni, Diane cerca di conciliare le proprie consistenti caratteristiche – passionalità e spontaneità grezze, un look che si impone – con quelle incontrollabili del figlio e le sue fragilità. I suoi sforzi sembrano aver successo soltanto dopo che alla ‘coppia’ si aggiunge come terzo elemento la minuta figura di Kyla, la vicina balbuziente e, a sua volta, carica di problemi che, per una sua capacità forse innata, riesce a trovare un linguaggio che Steve intende ed accetta, consentendo alla madre di lui di dedicarsi maggiormente agli aspetti pratici dell’esistenza. Il bizzarro nucleo familiare che in tal modo si crea ha un suo equilibrio che certo non si può chiamare armonia ma per un po’ funziona: Steve si sforza di dominare gli impulsi violenti e le donne cercano di garantire a se stesse e al ragazzo un microcosmo sicuro. Non mancano gli intoppi e gli apici di tensione, ma vi sono anche momenti di vera serenità e pienezza. E’ evidente allo spettatore, tuttavia, che l’ordine così raggiunto non è stabile nè definitivo e che Diane si troverà ad un certo punto costretta ad una scelta radicale che sconvolgerà la vita del gruppetto.

Raccontata in due parole sembra una storiellina esile, ma quanta intensità, quanto sentimento e quanto dolore questa vicenda per niente complicata sa trasmettere. Non a caso il regista usa un formato totalmente insolito: stretti e lunghi, i fotogrammi concentrano tutta l’attenzione sui singoli personaggi piuttosto che su ciò che li circonda, ritraendo da vicino il ‘nucleo’ degli stati d’animo e della loro interazione; uno stratagemma elementare ma estremamente efficace che, inducendo quasi un senso di claustrofobia, paradossalmente favorisce la ‘penetrazione’ del pubblico in quello spazio così  piccolo. La personalità di Diane è assolutamente ‘dilagante’ e la Dorval è perfetta nel renderne la forza, l’affettività passionale e la ricerca di riscatto. Kyla, d’altra parte, che si introduce in sordina nella complessa relazione fra madre e figlio per divenirne poi una sorta di ago della bilancia, non appare, in verità, come la meno problematica anche se Dolan sfuma delicatamente sui suoi trascorsi e sul suo sentire. Eppure, proprio all’interno del più improbabile e malsano dei contesti, la donna sembra quasi liberata: la balbuzie si fa meno tormentosa e diviene più naturale potersi esprimere e nutrire dell’affetto per creature difficili ed infelici almeno quanto lei. Quali possibilità si offrono per questo sfortunato trio? Pur negando – come avrebbe potuto essere altrimenti? – qualsiasi via d’uscita ottimistica, Dolan affida al suo personaggio più ‘denso’ il messaggio del film, il cui finale lascia volutamente in un’ansiogena ambiguità. E’ proprio quando, sofferente per la scelta che ha distrutto le sue aspirazioni, Diane dice a Kyla che la saluta per sempre: “Siamo in un mondo senza speranza, ma pieno di persone che sperano”.

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