Moth: First Second

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Con colpevole ritardo segnaliamo l’uscita, risalente già a qualche mese fa, di First Second, il debut album di un quartetto danese che da un paio di anni è attivo nel proprio paese nella scena post-punk ed è intenzionato a farsi valere anche fuori dalle brume del nord. I Moth – Ellisiv L. Berg, Kim W. Andersen, Patrick S. Ringsborg e Rune M. Alexandersen – non avevano finora pubblicato che un singolo ed un EP, ma l’anno appena spirato finalmente ha portato loro il primo full-length che, nonostante non abbia conosciuto grandissima diffusione, è stato comunque accolto abbastanza positivamente. Si tratta di otto tracce ispirate alla stagione ‘classica’ del post-punk, con sonorità molto vicine ai Cure, soprattutto nell’uso del basso e della chitarra, atmosfere cupe e desolate e stilemi francamente un po’ d’altri tempi, anche se l’ascolto risulta generalmente gradevole. Lo stesso frontman Patrick S. Ringsborg, pur dimostrandosi all’altezza, sembra fare palese riferimento all’esempio di Robert Smith, riproducendone a volte manifestamente i toni. L’opener “Dysphoria” è un breve pezzo strumentale impostato su basso, synth ed una bella chitarra wave: il risultato è un’oscuro, gradevole scenario. “Young Future” attacca con la solita chitarra per introdurre poi la voce di Ringsborg/Smith; subito dopo, “Taste The Remains”, è la versione del brano già uscito come singolo nel 2012: nel ribadire le medesime caratteristiche, si apprezza qui come anche in altre tracce, il lavoro della tastiera, dai suoni freddi e gotici. Giungiamo poi ad uno degli episodi migliori dell’album, “Parasite”: il ritmo molto lento conduce una drammatica ‘nenia’, la chitarra si cimenta in disarmonie laceranti mentre l’atmosfera sembra rivestita dei colori di una cripta. Menziono infine la conclusiva “In The Headlights” che, fra tutte, ha un suono più moderno ed una ritmica piacevolmente pulsante.

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