“Birdman (o l’imprevedibile virtú dell’ignoranza)” di Alejandro Gonzàlez Inàrritu: vita da supereroi

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Classificato come una commedia – una relativa novità nella produzione del regista Alejandro Gonzàlez Inàrritu – Birdman (o l’imprevedibile virtú dell’ignoranza) presenta diverse caratteristiche di tale genere e suscita il riso in molti passaggi, soprattutto grazie ai surreali  effetti speciali che palesemente mirano ad irridere i più comuni ‘tòpoi’ dei film sui ‘supereroi’. Tuttavia, le riflessioni alla base dell’opera sono ben poco umoristiche ed includono una serie di tematiche non nuove nel cinema del nostro: la morte, la decadenza fisica e la solitudine/privazione ma anche lo squallore culturale della nostra società in cui il potere maggiore è posto nei media e nei social network. Il regista, poi, stavolta ha imboccato con decisione la via dell’introspezione e dell’analisi della personalità ed è il protagonista dell’opera, Riggan Thompson che, con la sua sofferente complessità, racchiude in sé tutte queste problematiche che ora lo coinvolgono direttamente: egli ha ormai compiuto sessant’anni e convive con un altro se stesso supereroe che sa volare e muovere oggetti, ma non può più girare film.

Accennare alla trama di Birdman non è semplice, poiché procede costantemente su due livelli non facilmente distinguibili l’uno dall’altro. E’ certo che il nostro Riggan, attore divenuto famoso per la sua interpretazione di una serie di pellicole su Birdman, un eroe in costume da uccello che vola ed ha molte simili doti, adesso che ha raggiunto l’età matura non può più proporsi in quelle vesti e cerca disperatamente di ‘riciclarsi’, dedicandosi a qualcosa di più serio ed impegnativo. Ma l’allestimento di uno spettacolo teatrale basato sul volume di Raymond Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore è irto di insormontabili difficoltà per una serie di ragioni, legate sia alla mancata accettazione da parte di un pubblico che di lui conosce soltanto Birdman sia agli impedimenti creati dal resto del cast, i cui componenti sono stati spinti a partecipare al progetto dalle più svariate motivazioni: c’è chi, dopo anni di carriera non troppo brillante realizza il sogno di lavorare a Broadway, qualcun altro che, già famoso, utilizza l’apparizione in teatro per convogliare l’attenzione generale su di sé… Il mondo di Birdman è Hollywood con le sue futilità e le sue tragedie, popolato com’è da figure alla ricerca di una improbabile notorietà o – lo dimostrano sia il caso di Riggan che quello della figlia Sam – di un amore che possa essere goduto e condiviso. Ma non si creda che il messaggio del film si fermi alla critica sociale.

Il protagonista, incarnato da Michael Keaton, è il personaggio che, oltre ad essere il nucleo dell’opera, complicato e cerebrale com’è la ‘riempie’ della sua ‘straripante’ presenza. Se l’attore, dopo essere stato nella vita per ben due volte nei panni del supereroe Batman, voleva dimostrare il suo valore in un ruolo di massimo impegno, si può dire che ci è riuscito perfettamente. I suoi intensi monologhi drammatici, i suoi dialoghi con un alter ego assai scomodo che di continuo gli mormora all’orecchio deprimenti verità o le parti in cui è sul palcoscenico teatrale alle prese con un’interpretazione che per lui significa tutto sono i momenti che delineano il pregio e l’unicità di Birdman. Né si possono dimenticare i passaggi fantastici in cui Riggan prende direttamente il volo come ‘uomo con le ali’: molte sono, infatti, le scene in cui l’azione è spinta alle sue estreme conseguenze fino a travolgere i confini del reale e così, ovviamente, si ride. Keaton – qui è il suo punto di forza – sa essere credibile in ognuna di queste situazioni. Intorno a lui le case  e le strade di una città americana che tutti conoscono: a quanto si è saputo, infatti, Birdman è stato girato nell’arco di un mese a New York, non un semplice sfondo ma una vera e propria presenza. L’ambiente principale è l’interno di un autentico teatro a Broadway, il St. James, nei cui angusti corridoi circolano le inquiete figure della storia. La particolare tecnica di regia, di cui tanto si è letto, è perfetta per rendere le scene al chiuso, che sono le più numerose, in ogni loro dettaglio: una serie di piani sequenza, in cui gli attori recitano senza interruzioni come in teatro. Ma anche gli esterni, sia dove domina l’ironia che dove prevale la fantasia, risultano estremamente suggestivi. L’unico grande punto interrogativo rimane il finale, che tanta critica ha giudicato ‘ridondante’: in ogni caso, nel suo essere forse un po’ eccessivo e molto sorprendente, appare in fondo adeguato al carattere inconsueto ed atipico di un lavoro la cui visione è assolutamente imperdibile.

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