Marilyn Manson: The Pale Emperor

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Marilyn Manson continua per la sua strada, senza curarsi ormai se chi gli sta dietro sia un dark, un metallaro o un curioso dell’ultima ora. La pubblicazione di un suo disco è, comunque, sempre un fatto di cui necessariamente si parla, tanto da suscitare anche il nostro interesse. The Pale Emperor è il nono album in studio del nostro ed è uscito per la sua label piuttosto in sordina: curioso, dal momento che non è dispiaciuto persino alla sottoscritta, che non è mai stata fra i suoi fans. Ma, come era stato osservato su queste pagine in merito a Born Villain , l’astro di Marilyn Manson sembra decisamente in declino e non bastano una serie di buoni lavori per ‘ripristinarlo’. Soprattutto perché – diciamolo! – di trasgressivo in lui non c’è molto ormai che possa stimolare l’attenzione della gente comune. Dal punto di vista delle scelte musicali, poi, The Pale Emperor si pone in continuità con l’orientamento recente della band: pochissime derive industrial o heavy, ben presenti, invece, elementi di blues o rock classico, come se si volesse in qualche modo ristabilire un legame con le origini, ad uso e consumo di una raggiunta stabilità. Così la prima traccia, “Killing Strangers”, ricalca evidentemente gli schemi ritmici del blues ed è il canto carismatico di Manson che conferisce un’ombra ‘tossica’, traendo dalla tradizione l’anima più nera. Poi, “Deep Six”, uscito anche come singolo, è uno degli episodi migliori: dopo un sinistro ed allusivo esordio è il lavoro della chitarra che letteralmente conquista ma non rinuncia ai passaggi cupi e pesanti né, ovviamente, può prevalere sulla nota voce ‘diabolica’ e minacciosamente accattivante. Odore di blues, ma di quello cattivo e sporco, anche in “Third Day of a Seven Day Binge”, altro singolo dell’album, mentre “The Mephistopheles of Los Angeles”, dedicata significativamente ad un personaggio con cui il nostro sentirà forse qualche affinità, scivola elegantemente nel rock tradizionale. ‘Goticheggia’ un po’ la successiva “Warship My Wreck”, avvalendosi tra l’altro di una parte vocale davvero intensa, ma “Slave Only Dreams to Be King”, benchè discretamente ‘tirata’, a mio avviso è fra le meno rilevanti. Gradevole ma senza impegno anche “The Devil Beneath My Feet” e, mentre “Birds of Hell Awaiting” torna alla matrice blues ‘guarnendola’ con distorsioni e un paio di urli ben assortiti e “Cupid Carries a Gun” rimane invece un po’ anonima, Manson ci regala un degno finale con “Odds of Even”: è un pezzo blues, d’accordo, ma dall’atmosfera decisamente allucinante, malignamente lento e con momenti cupissimi fino alla chiusa tesa e nervosa al massimo. Così The Pale Emperor può essere considerato, a mio parere, un disco onesto e tutto sommato sostanzioso: strano dirlo, se si pensa che l’autore altri non è se non l’incarnazione del male…

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