The Marigold: Kanaval

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Terzo album per i The Marigold, band abruzzese costituita attualmente da Marco Campitelli, Stefano Micolucci e Giovanni Lanci. Kanaval rappresenta il loro ritorno dopo un paio di anni di silenzio e si avvale di qualche collaborazione di lusso, come per esempio Amaury Cambuzat di Ulan Bator, Gioele Valenti (Herself) e Toshi Kasai (Melvins) che si è occupato anche di mix e mastering. La carriera dei The Marigold, iniziata già nel 1998, ha subito nel corso del tempo cambi di line up e di tendenze; oggi il loro stile appare originale ed eterogeneo, poiché include elementi shoegaze, noise e post rock, con la chitarra per lo più in bella evidenza, ed il risultato è un amalgama ricco ed interessante in cui non mancano momenti cupi ed inquietanti. La prima traccia, “Organ-Grinder”, esordisce tesissima con acuti suoni disarmonici, in assenza di strutture definite e di voci: lo scenario che si prospetta appare già tutt’altro che lineare. Segue “Magmantra” fra shoegaze e post-rock, con la chitarra che fa faville ed il ritmo ipnotico e ripetitivo; poi, “Fade Down to Go Down”, uno dei brani più significativi, ‘dark’ eppure particolare per il martellante andamento tribale, sembra vagamente omaggiare una new wave che si fa fatica a riconoscere. Del resto, ci pensa “Sick Transit Gloria Mundi” a cambiare le carte in tavole proponendo sonorità belle ‘toste’, chitarra ‘noise’, canto abrasivo e dissonanze a volte talmente aspre da stordire. “Sludge Jungle”, a detta di tutti una delle più ricche sul piano della sperimentazione, sembra in effetti aver completamente destrutturato la forma tradizionale e procede su una base costante con un dilagante profluvio di rumori elettronici o di altro genere: francamente un ascolto non facile. Delle rimanenti segnalo “Disturbed” che nella sua lentezza bizzarra e cadenzata e l’atmosfera oscura non spalanca sogni rasserenanti ma visioni angosciose e ‘malate’ e la lunghissima “Demon Leech” che ricorda gli Swans nel suo incedere asimmetrico in territori alquanto allucinati: un viaggio senza una meta precisa  che non risparmia passaggi da incubo o altri invece un po’ faticosi. Nel complesso, pur restando un’esperienza intrigante e assolutamente consigliabile, Kanaval soffre forse di una mancanza di omogeneità che, alla lunga, finisce con il disorientare.

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