A Place to Bury Strangers: Transfixiation

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La band di Olivier Ackermann è giunta al quarto lavoro, molto atteso per altro da tutti noi che eravamo già stati conquistati dai precedenti e, ormai lo sappiamo, siamo diventati tanti. Chi abbia avuto la fortuna di assistere ad un concerto degli A Place to Bury Strangers sa che una delle loro caratteristiche è riversare intorno, più che ‘muri’, interi grattacieli di suoni ‘noise’ che dilagano ovunque, anche – e soprattutto! – nella mente di chi ascolta; la stessa peculiarità si riscontra, del resto, negli album: si veda il bellissimo Worship uscito nel 2012. Tipicamente loro è la capacità di rendersi ogni volta riconoscibili con certezza, anche in quest’ultimo disco in cui sembrerebbe che il gruppo abbia smussato gli ‘spigoli’, sempre senza incanalarsi in una regola o un genere. Transfixiation ci fa infatti proseguire l’esperienza intensa, a tratti sconvolgente, che la musica dei nostri ci ha sempre garantito, eppure è in qualche modo diverso e, occasionalmente, anche di minore efficacia. La prima traccia, “Supermaster”, dà in un certo senso l’impressione di una ‘corsa’: il basso è davvero ‘forsennato’ mentre la chitarra interviene con incisivi ‘graffi’, ma la parte vocale è proprio eccellente; la voce di Ackermann sembra aver acquisito forza e carisma. “Straight” prosegue sulla medesima linea, ‘lievitando’ in distorsioni ma poi la breve “Love High” tende palesemente allo shoegaze proponendo il classico ‘muro’ ed un canto a distanze siderali: l’effetto è davvero bello. La chitarra inizia ‘gemendo’ in “What We Don’t See” che, nel prosieguo, pare quasi evolvere in una forma ‘melodica’, grazie soprattutto alla suggestione della voce. Ma l’acme dell’album si chiama “Deeper”, che ostenta un esordio tiratissimo, un’atmosfera cupa ed asfissiante, sonorità laceranti, rumorismi ‘industriali’ e il canto che diviene cavernoso in modo inquietante: è certo il brano migliore e più emozionante, sei eccitanti minuti – ma potrebbe durare il doppio – tra i più ricchi di stimoli, tanto che non posso non chiedermi come sarebbe sentirla dal vivo; la chiusa spettrale è incredibile. Per quanto risulti difficile staccarsi dal pezzo precedente, poi arriva la strumentale “Lower Zone” con le sue bizzarre derive etnico-tribali che rappresenta una sorta di ‘cesura’ rispetto alla seconda parte del disco. La seguente “We’ve Come So Far”, infatti, anch’essa impostata sulla velocità, suona un po’ anonima e, bypassata la gradevole e quasi orecchiabile  “Now It’s Over” in cui si apprezza il bel basso ‘wave’, lascia perplessi anche “I’m So Clean” che, addirittura, sembra guardi al punk; “Filling the Void” punta di nuovo sull’accelerazione del ritmo ma, a questo punto, la scelta è un po’ ripetitiva. L’ultima traccia, “I Will Die”, tuttavia riesce ancora stupefacente per l’incredibile ridda di suoni ‘ingovernabili’ con cui travolge l’ascoltatore, mentre la voce pare arrivare dalla cornetta di un vecchio telefono: una conclusione che alcuni hanno trovato eccessiva ma che, in realtà, risulta in linea con l’aspetto più sperimentale della musica degli APTBS.

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