Branches: Old Forgotten Places

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Dura già da un po’ il periodo positivo per la musica darkwave di casa nostra. Dopo un silenzio lungo una decina di anni, è tornata a farsi viva una band che con il primo disco del 2006 – Distance – aveva attirato notevole attenzione. I Branches di Messina sono stati, fin dal principio, molto legati ai suoni della tradizionale new wave ’80 e nella loro musica si possono riconoscere la scuola dei Cure o dei Clan of Xymox, ma arricchita di quello stile ‘italico’ che ancora oggi distingue la nostra produzione nel genere. Le otto tracce di Old Forgotten Places sono caratterizzate da una componente elettronica decisiva e dal basso vibrante, sono pervase di un clima molto malinconico ed oscuro, ma con diversi momenti di forte suggestione. Apre “Sedna”, un pezzo strumentale di circa sei minuti dominato da un basso cupissimo ma eloquente ed intenso cui fanno da sfondo gelide note di synth, tanto che si ha la impressione che il senso stia proprio nell’interazione fra loro: forse uno dei brani più belli e coinvolgenti. Subito dopo in “Wake” il ritmo si fa più sostenuto, la chitarra richiede giustamente attenzione e struggente risulta la malinconia espressa dalla voce di Enrico Russo che traccia visioni ricche di fredde ombre;  in “All That is Left”, poi, echeggiano i Joy Division con lo splendido basso di Scuderi. Arriva “The Sunset Way” e lo spleen dilaga senza scampo attraverso la chitarra ed i suoi suoni quasi dolorosi ma anche la voce ‘introspettiva’e distante fa la sua parte; dopo la pausa  strumentale di “Interlude”, breve quanto tesa, ecco “The Lonely March”, un pezzo dal sapore ‘Cure vecchio stile’ sia nei modi espressivi della chitarra che nell’incedere vagamente solenne. Non manca poi il classico brano orecchiabile e ‘danzereccio’, “Declining Days”,  ma nonostante la ritmica vivace e moderna, i colori comunque spenti e la melodia avvolgente ne fanno un episodio tutt’altro che commerciale. L’ultima traccia, “On an Ice Plate” conclude con tastiere più dense e corpose ma con toni del canto alquanto desolati un disco assolutamente da apprezzare, che forse una produzione più rigorosa avrebbe potuto ulteriormente valorizzare.

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