“Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson: beata gioventù!

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Sorprendentemente ci troviamo, stavolta, a parlare di una commedia, piuttosto lontana dai film che di solito vedete recensiti qui. La ragione è che Fino a qui tutto bene, un’opera il cui valore è stato riconosciuto da molti fin dalla sua presentazione al Festival Internazionale del Film di Roma, testimonia in primo luogo ciò che si può realizzare avendo a disposizione delle potenzialità e la determinazione necessaria a raggiungere lo scopo: in questo caso produrre una pellicola ‘diversa’, originale e al di fuori delle costrizioni che abitualmente limitano la creatività degli artisti indipendenti qui da noi e non solo. Esempi del genere, a mio avviso, vanno supportati in ogni modo. Per altro, Fino a qui tutto bene è lungi dalla volgarità delle famigerate commedie all’italiana, ma rientra in quel filone ‘agrodolce’ che, se offre momenti di sincero divertimento, è comunque pervaso da una sottile malinconia che non si può ignorare ed attrae anche quella fascia di pubblico che non ha familiarità con il tipo di esperienze descritte nella storia. Il regista Roan Johnson, l’anglopisano che condivide con alcuni di noi forse proprio quelle esperienze, avendo risieduto a lungo e studiato nella nostra città, è riuscito a confezionare ciò che tanti altri avranno desiderato, prima e dopo di lui: un piccolo film ‘fresco’, coinvolgente e, come si diceva, ‘diverso’. C’è solo da augurarsi che, a questo punto, il suo impegno venga premiato dal successo che merita visto che, grazie alla formula scelta per la realizzazione del progetto, al personale impiegato, quale compenso, è stata assegnata una percentuale sugli incassi in sala.

Nato dalla richiesta, da parte dell’Ateneo pisano, di girare un documentario sulla vita degli studenti, il lavoro di Roan Johnson è divenuto in corso d’opera, il racconto della vicenda di alcuni di loro, ritrovatisi a università finita nell’appartamento in cui hanno vissuto nel periodo della frequenza delle lezioni e che ormai deve essere lasciato. I tempi sono cambiati, ognuno deve affrontare nuove prospettive e situazioni, decisioni di strategie, timori per il futuro che li aspetta dietro l’angolo; uno di loro manca all’appello ma è presente come ricordo amaro e un po’ tormentoso. Le circostanze risultano dunque di per sé non esattamente ‘ludiche’ e ciascun componente del gruppetto percorre la sua strada con le proprie modalità: qualcuno ‘gigioneggia’, qualcun altro ‘trema’ oppure non sa che pesci prendere; memorie mai confessate affiorano, episodi apparentemente dimenticati ritornano e vengono chiariti, il tutto in un’atmosfera ilare sotto molti aspetti ma di un’allegria un po’ ‘scolorita’, in quanto presuppone la consapevolezza che una fase si è chiusa per sempre – quella della giovinezza e dell’‘innocenza’ – e  che il domani è ancora incerto e forse arduo. Senza approfondire troppo lo scavo psicologico che avrebbe appesantito la ‘cifra stilistica’ dell’autore, i personaggi vengono mostrati principalmente in interazione fra loro o, comunque, in contesti collettivi nei quali essi si muovono a proprio agio grazie all’amicizia che li lega. Uno degli aspetti più riusciti, infatti, è la rappresentazione dell’affiatamento e della confidenza che dominano nei rapporti all’interno del gruppetto: una dimensione di abbandono e libertà che tipicamente appartiene agli anni della spensieratezza e che, come magari essi stessi intuiscono, è destinata  a cambiare una volta raggiunta la maturità. Adesso però, il problema del singolo diviene automaticamente il problema di tutti e lo dimostra il supporto che la ‘combriccola’ fornisce senza riserve a Ilaria, rimasta sola di fronte ad una grande difficoltà o il dolore e il senso di colpa che, come si accennava, la morte poco chiara di Michele ancora suscita: irrinunciabile la spedizione sul luogo in cui l’amico ha perso la vita in un incidente stradale. La bella fotografia di Davide Manca ci restituisce una Pisa in una veste nuova e ‘cinematografica’,  miracolosamente trasformata in uno scenario dai colori un po’ magici, inondato di sorridente nostalgia, ma l’aspetto del realismo è comunque presente negli interni e nelle gag fra coinquilini.

In sostanza, con Fino a qui tutto bene Roan Johnson sembra quasi averci regalato la versione nostrana de Il grande freddo, ritoccata però in maniera peculiare: più ironia ed umorismo, lo stesso rimpianto e, soprattutto, meno pessimismo. I protagonisti, più giovani, del resto, di quelli del film di Kasdan,  in effetti non sanno dove stanno andando, ma sappiamo che continueranno comunque a ‘remare’ in avanti, con grinta ed energia ed è con questa consolante certezza che Fino a qui tutto bene si conclude. Non è forse esattamente ciò che vorremmo dai giovani di oggi?

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