Japan Suicide: We die in such a place

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Secondo album per questo gruppo di Terni che, come parecchie tra le nostre band, è uscito su un’etichetta francese, questa volta la Unknown Pleasures Records, una label fondata da poco ma che si sta rapidamente affermando grazie al gusto di Pedro, il fondatore.
In We die in such a place, titolo ispirato da un romanzo di Javier Marías e da un’opera di Shakespeare, sono presenti dieci tracce che affondano le loro radici nel post punk più ritmato e nervoso. Il lavoro è aperto dall’energia pura di “Shame”, un anthem dalle bassline e batteria poderose, sulle quali si inseriscono una voce dai toni tormentati ed una chitarra graffiante.
“Mood Apart”, pur mantenendo una ritmica decisa ha un’atmosfera più malinconica e introspettiva, con degli stacchi che paiono descrivere i moti dell’anima. “Naked Skin” si apre con un intro rumorista, che lascia spazio ad un grande pezzo con un nucleo gotico che sfuma in nuances crepuscolari.
“Death” è più lenta e tormentata, una ballata vittoriana, dove dei riff di chitarra dipingono suggestioni fantasmagoriche e i crescendo di ritmo sembrano rappresentare l’angoscia che riempie il cuore, insieme a paure ataviche. “Insight” ha delle sfumature più rock, con melodie meno claustrofobiche, anche se sempre profonde ed emozionali. “Even Blood” cattura con il suo basso in controtempo, che scandisce una ritmica ipnotica e oscura: è uno dei pezzi più affascinanti e più personali dell’album, pregno di tensione e atmosfere adrenaliniche che possono ricordare i migliori Bauhaus. “Hideous Men” è più raccolta e suggestiva, con suoni dilatati e lacerati dai riff di chitarra, con un’eco che li fa apparire remoti, impalpabili; in questo pezzo anche la voce sembra arrivare da luoghi remoti, forse i ricordi, forse gli oscuri meandri dell’anima.”Tokkokai” ha un intro di piano molto oscuro, sulla quale entrano il basso e degli effetti angosciati, che accompagnano il canto, affiancato dalla chitarra nervosa: tutto il pezzo mantiene un’atmosfera cupa, tesa, come momenti in cui si avverte incombere una minaccia, sconosciuta ma spaventosa. La title track “We die in such a place” ha reminiscenze di Echo and the Bunnymen, il cui stile sembra ripreso in versione oscura e sincopata, i riff si distendono invece in lenti arpeggi dilatati, che interrompono i ritmi più frenetici. Il canto merita poi una menzione speciale: teso in tutto il brano, termina con un urlo, liberatorio e pieno di pathos, che mi ha ricordato i live di Ian Curtis o Adrian Borland. “I don’t exist”, il pezzo che chiude questo album ha degli arpeggi crepuscolari e la voce ancora piena di tensione e sentimenti oscuri.
Un ottimo lavoro, oscuro senza cadere nei cliché triti e scontati del goth di maniera, che dimostra che chi ha creatività può ancora trovare una strada personale per fare musica, anche dopo più di trentacinque anni dalla nascita di questo genere.

Per informazioni: https://www.facebook.com/Japan.Suicide
Web: https://hivmusic1.bandcamp.com/album/we-die-in-such-a-place-cd-upr-018
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