Nite Fields: Depersonalisation

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Mi è piaciuto immensamente Depersonalisation, il debut album del quartetto australiano Nite Fields. Non perché rappresenti una svolta o un’esperienza del tutto nuova, ma perché fa riferimento a quel filone del post-punk che comprendeva band come i Durutti Column o gli House of Love e che ho amato molto: paesaggi malinconici e ‘scolorati’, tipicamente britannici, con la chitarra in primissimo piano, spesso acustica, abbinata al basso ‘wave’ alla Peter Hook; lo stile appare soprattutto intimista e schivo, teso all’espressione di moti dell’anima anche in forma lirica. Per scendere nel dettaglio: dopo la prima, interlocutoria “Depersonalised”, intro strumentale in cui si inizia a delineare la ‘grigia’ atmosfera inglese che, come si diceva, pervade l’intero lavoro, troviamo la bella “Fill the Void” in cui alla voce ‘sussurrata’ di Danny Venzin fa eco, insieme alle note ‘austere’ della tastiera, una delle chitarre più malinconiche si possa immaginare. “You I Never Knew” potrebbe essere suonata da Vini Reilly: la chitarra, di nuovo, a tratti sembra scintillare e l’abbinamento ai toni evocativi del canto è davvero vincente; forse uno degli episodi più felici del disco. Ma anche “Come Down” è un gran pezzo: l’introduzione di sonorità quasi industrial procura un aumento di tensione in apparente contrasto con il timbro vocale ‘monocorde’, ma l’intervento della chitarra provoca un autentico dilagare di emozioni. Suoni onirici di ampio respiro in “Pay For Strangers”, quasi una deriva post rock, mentre “Hell/Happy” rientra nella tipologia post-punk, fermi restando i ‘baluginii’ del solito strumento, stavolta accompagnati da un basso assai cupo. La chitarra di “Prescription”, poi, potrebbe bastare a giustificare il brano anche se non vi fosse alcun altro suono – si ascoltino pochi secondi dell’inizio – mentre “Like a Drone”, forse la più orecchiabile, si avvale di una sorta di ‘controcanto’ femminile che conferisce allo scenario un velo di mistero. Infine, “Winter’s Gone” ci regala circa sette minuti di visioni ‘dreamy’ alla Cocteau Twins che ci lasciano in uno stato d’animo di assoluto languore, a chiederci quanto bisogno abbiamo, ogni tanto, di dischi come Depersonalisation.

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