Vitrea: Songs of glass

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Sono fiero di questi miei conterranei, i quali hanno compilato un disco davvero notevole. Nonostante il titolo rimandi alla fragilità del vetro, ciò che sovente associo al termine “glass”, in questo caso mi pare più opportuno immaginare una bella lastra blindata, di quelle infrangibili: così dichiarano i loro intenti fin dall’opener “The burning sun”, ciondolante episodio dark-industrial che possiede un appeal peculiare, dominando il tutto un’aura misterica. E che dire degli abissi nei quali ci sprofonda “Walls of glass”, inaccessibili fin quando la chitarra di Mattia Romano li attraversa come una lama di luce, facendo emergere una inattesa componente romantica dettata da una porzione di pianismo minimale. “January”, il mio mese, è una landa ghiacciata osservata attraverso il vetro appannato d’una carrozza che l’attraversa, convoglio che avanza lentamente su d’una crosta che pare… vetro… Il testo è tratto da “La muse vénale” (“La musa venale” di Charles Baudelaire, da “Spleen et idéal”). Prendendo ritmo, appesantisce temi cari ai Depeche Mode più introspettivi. “Goodbye horses”, unico brano per il quale si ricordi il cantante americano Q Lazzarus, nella versione dei Vitrea ricorda vagamente gli Psychedelic Furs, quelli più inclini alla melodia poppeggiante, ed è spigliata a gradevole, ma “The white road” orienta Songs of glass su impostazioni più oscure, acuite da una “Antiheroes” che inizia compassata, quasi funerea, poi esplode in un turbinio di faville, ricomponendosi presto. E’ proprio la naturalezza colla quale mutano gli scenari sonori a rendere apprezzabile lo sforzo compositivo del giovane terzetto friulano. Pur non discostandosi da tonalità nere e/o grigie, Livio Caenazzo ed i suoi due colleghi porgono grande attenzione alle sfumature, al particolare che cattura l’ascoltatore. “Uranium” (su liriche di Gabriele Beltrame, tratte dal suo poema “Uranio”) ad esempio, coi Tool che giocano sui resti ancor caldi della band del Reverendo Manson, mentre la bonus-track “Broken machine III” colloca A Perfect Circle su d’un piedistallo d’ossa; “SPM” che rincorre i sogni degli anni ottanta, ma coll’occhio disilluso di chi sta vivendo sulla propria pelle i disastri dell’oggi; “Indigo waves”, danzerina con Gary Numan che osserva distaccato, ma fiero, questi virgulti che stanno crescendo così bene. E se la cavano anche coll’italiano, “Venere” inizia lenta e delicata, poi l’esplosione, un bell’esempio di rock alterna come deve essere fatto. Songs of glass riempie un vuoto, lasciato da coloro che non hanno osato resistere alle tentazioni della gloria vana. E’ puro, trasparente proprio come il vetro che evoca nel titolo. Ma è pure compatto, adamantino. Attivi dal 2007 e con due eppì in carniere, dimostrano finalmente che pure la distanza più lunga non crea imbarazzo, e superano la prova di slancio. Viatico per un avvenire sicuramente radioso.

Per informazioni: http://vitrea.bandcamp.com/album/nadir
Web: http://vitrea.org
TagsVitrea
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