Good Morning Finch: Gemini

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Arrivano dall’assolata Agrigento i Good Morning Finch, John, Lillo, Gloria e Gregorio. In attività dal 2010, dopo un cambio di formazione nel 2013, i quattro hanno licenziato quest’anno Gemini, il debut album, con l’etichetta Waves for the Masses. La musica della band si rifà in via di principio alla new wave ma il sound non è imitativo più di tanto, in quanto arricchito da altri riferimenti a generi diversi, soprattutto il post-rock, ed i risultati non sono affatto male. Lo stile della band si evidenzia già nella prima traccia, “La stagione delle eclissi”, uscita anche come singolo: qui le già menzionate influenze post-rock sono chiaramente percepibili e le sonorità mantengono una sostanza aerea che sembra volersi ampliare verso astratti paesaggi ‘atmosferici’, tanto da ricordare addirittura gli Anathema degli anni recenti; la chitarra merita per altro un elogio particolare. Subito dopo, tuttavia, “Cerimonia” esordisce in modo molto differente: ridotta la ricchezza dei suoni e la vastità degli orizzonti, il clima vagamente sognante, la struttura pare incentrata su suggestive note di chitarra e l’accattivante ‘intermezzo’ dell’armonica; ma, dopo la prima metà, i suoni si dilatano, il ritmo si rinforza inseguendo armonie cosmiche che, a questo punto, sembrano essere l’’oggetto del desiderio’ dei nostri. La seguente “Amo Quando Cadi Giù” vede al centro il canto/non canto di Lillo Morreale – il testo in verità è di una bellezza assoluta! – sulla base di uno scarno arrangiamento ‘costellato’ di suoni insoliti tipo, per esempio, il glockenspiel: uno degli episodi pregevoli dell’album. Ma le agognate sonorità wave si fanno infine sentire nella gradevole “Notte Elettrica”, dal ritmo più vivace ed un’ottima chitarra, mentre la sorprendente strumentale “Atomite”, che riprende esattamente lì dove la precedente si era fermata, introduce passaggi più cupi ed angosciosi, come misteriose variazioni – alcune anche di una certa potenza! – sulla base di un mesto arpeggio. Sempre senza soluzione di continuità attacca poi “Copenhagen” che dura oltre otto minuti e torna ai paesaggi ‘atmosferici’; tuttavia, essa è curiosamente strutturata in sezioni distinte che risultano un po’ slegate e delle quali l’ultima, fra i ‘coretti’ vagamente agrodolci e la conclusione affidata ad una chitarra quasi psichedelica forse non è molto riuscita. Così, l’’ariosa’ “La stanza blu”, di nuovo strumentale, apre la strada ad un altro brano consistente, “Malìa”, assai variegato e ricco di spunti differenti ma certo ben vicino al post-rock. Delle rimanenti voglio menzionare la title track, dall’esordio etereo e sognante, che poi è arricchita da una congerie di suoni diversi e da un intensificarsi del ritmo, da una voce armoniosa e dalla chitarra davvero eccellente. Essa chiude Gemini con libere, spaziose visioni piene di promesse.

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