Lebanon Hanover: Besides the Abyss

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E’ uscito in questi giorni Besides the Abyss il nuovo lavoro dei Lebanon Hanover, il quarto, per la precisione ed il primo registrato in uno studio professionale in quel di Atene, con la competente produzione del greco Chris Manolitsis. In questo album ritroviamo tutte le caratteristiche che ci hanno reso tanto caro il duo ma anche qualche lieve aspetto innovativo utile a tenere vivo il nostro interesse. In ogni caso l’attitudine è quella di una padronanza e consapevolezza ormai raggiunte, che hanno eliminato qualsiasi sentore di ‘provvisorietà’ che poteva esserci stato in precedenza: quest’altra ‘avventura’ è affrontata con una sicurezza che decisamente si nota. In Besides the Abyss sono presenti dieci tracce, tutte di buon livello, e definite da un atteggiamento estremamente personale ed intimista: le atmosfere sono, come sempre, fredde ed oscure ma l’impronta non è esclusivamente ‘sintetica’, in quanto chitarra e basso – lo si era visto fin da Why Not Just Be Solo – sono ancor più in primo piano e non mancano altre piccole, intriganti variazioni. L’opener “Sky Hollow” esemplifica già questa maggiore molteplicità dei suoni: il riferimento qui, come occasionalmente osservato in altri contesti, è la cupezza senza fondo dei Bauhaus, grazie al riff incisivo di chitarra, al basso drammatico e alla caratteristica ritmica secca, mentre è con grande piacere che si ritrovano le tonalità desolate del canto di Larissa. Subito dopo la più minimale “The Crater”, tutta basso ed elettronica tesa a ritrarre visioni davvero plumbee e “Fall Industrial Wall” propone passaggi ‘sintetici’ vagamente sinistri, una scelta stilistica che prosegue anche in “The Chamber” dove però il paesaggio viene qua e là ‘movimentato’ dall’introduzione di blandi ‘rumorismi’ sperimentali. Non sfuggano, poi, basso e chitarra – da quest’ultima emanano suoni particolarmente tormentati! –  in “The Well”, prima che arrivi uno dei pezzi forti dell’album, “The Moor”, in cui spicca un sassofono veramente inconsueto nella musica del duo – dovuto infatti all’intervento di un guest musician, Perseas –  e che contribuisce fortemente a far lievitare il pathos. L’altra novità di rilievo arriva poi con “Broken Characters”, dove emerge la presenza della chitarra acustica che conferisce un gradevolissimo sapore ‘folk’ e, con l’abbinamento di una parte elettronica dai toni languidi, volge in malinconia l’abituale oscurità. Nella successiva traccia, la bellissima “Chimerical”, la melodia struggente ben armonizza con l’inconfondibile voce di Larissa, dal timbro profondo e dolente che però, nella seguente “Dark Hill”, per la prima volta non compare ed è il turno di William, con un pregevole omaggio al post-punk classico. Infine, “Spirals” conclude, tratteggiando lo scenario ‘ghiacciato’ cui i Lebanon Hanover ci hanno abituato dal principio e al quale, ormai, non possiamo più rinunciare: colori sbiaditi in cui perderci, disperarci o, semplicemente, sentirci soli…

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