“Mia madre” di Nanni Moretti: la morte, il silenzio…

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Uscire dal cinema dopo aver visto Mia madre, l’ultimo film di Nanni Moretti, di umore depresso è il minimo che possa succedere, questo va detto subito. Diversamente dai lavori precedenti, in cui l’ironia era elemento dominante e la sofferenza ‘stillava’ piano, qui essa ci inonda letteralmente, estraendo da noi memorie, rimpianti, e tanto altro, vita vissuta che lui ha saputo raccontare quale atto catartico personale e che noi, che artisti non siamo, invece custodiamo in silenzio.

Mia madre è una vicenda familiare non ‘ordinaria’ ma, certo, così ce ne sono tante, probabilmente la maggior parte. Forse è troppo ovvio pensare che Moretti vi abbia messo molto di se stesso, rispecchiandosi nel modo di essere e nella sensibilità della protagonista, la regista Margherita: una versione  di sé ‘donna’ che gli consente di mantenere il distacco necessario oppure la scelta consapevole di porre al centro l’universo femminile? Qui ogni interpretazione è accettabile, anche se va osservato che il nucleo dell’opera – in cui, naturalmente, l’azione è un aspetto tutto sommato limitato – comprende in fondo tre generazioni di donne in significativa interazione fra loro mentre il ruolo che Moretti ha concesso a se stesso, quello del fratello della regista, ha palesemente una rilevanza secondaria, anzi funzionale. In ogni caso, Mia madre non è una pellicola intimista incentrata esclusivamente sulle relazioni fra congiunti e le loro difficoltà: tanti elementi legati al contesto storico e sociale e al rapporto di questo con la rappresentazione artistica ne fanno il ritratto globale di un mondo a noi noto e che ci appartiene, tanto che nel film ne riconosciamo chiaramente i ‘lineamenti’. Non si creda però che il regista abbia usato una scrittura ‘ridondante’: tutto questo traspare infatti dalla vicenda più che ‘lineare’, più che prevedibile di una madre alla fine della sua vita, costretta, senza averne voglia, a congedarsi dai suoi figli.

Margherita e Giovanni – è un caso che i personaggi si chiamino come i loro interpreti? – fratello e sorella dal carattere complesso e sensibile, sono di fronte ad una delle grandi prove di sofferenza che la vita pone ad ognuno di noi e hanno il problema di doverla gestire. Ada, la madre intelligente e generosa che anche altri hanno amato, come insegnante fine e colta, è ammalata gravemente ed è chiaro che non ce la farà. Questo è l’unico dato certo, intorno al quale si sviluppa una situazione complessa e ricca di implicazioni: la sofferenza dei figli si intreccia all’obbligo di portare avanti le incombenze quotidiane, al pesante lavoro di regista di Margherita, nel vivo della realizzazione di un film a sfondo sociale, alla gravosa attività da ingegnere di Giovanni e l’adolescente Livia, figlia di Margherita, deve elaborare la perdita della nonna ma, oltre a questo, ha bisogno dei suoi riferimenti familiari per affrontare le difficoltà di tutti i giorni. Si tratta di circostanze dolorose che possono capitare ad ogni persona ma sembra che Nanni Moretti conosca bene il dolore  perché tutto ciò che ci racconta appare più ‘significante’, più importante, più denso e così, vedere sullo schermo quelle figure tanto simili a noi non può non coinvolgerci profondamente.

Poiché è evidente che la protagonista coincide con lo stesso autore, il suo impegno da regista pone una serie di altre questioni relative alle modalità con cui la realtà deve venire rappresentata: interrogativi che fanno capo alla coscienza e anche all’ideologia, come è logico sia per un artista da sempre attento alla verità come è il caso di Moretti. L’interpretazione resa dalla Buy è qui forse la migliore della sua carriera e spinge in secondo piano le prestazioni di tutti quanti gli altri che pure sono impeccabili nei loro ruoli, a cominciare dallo stesso regista che, lontano stavolta dagli atteggiamenti un po’ ‘gigioneschi’ e goliardici per i quali è maggiormente ricordato, fa del personaggio secondario del fratello Giovanni un modello di introspezione un po’ snob, condito poi da un pizzico di petulanza che lo mette in contrasto evidente con la tematica sociale oggetto della pellicola cui lavora la sorella. Una menzione merita ancora, oltre alla dolcissima Giulia Lazzerini nelle vesti della mamma Ada,  il delizioso John Turturro, scelto da Moretti per interpretare solo una piccola parte, una sorta di divagazione che produce alcuni fra i momenti più leggeri di Mia madre, finchè non si scopre anche lui fragile e problematico, dando così il proprio contributo al racconto ormai maturo di un’umanità che non sfugge alla sofferenza, quale Nanni Moretti ce la propone: un mondo sicuramente intriso di ideali borghesi perchè è quello cui appartiene, e sofferente forse proprio per questa ragione, ma dipinto con ‘virile’ compostezza e, soprattutto, talmente vicino alle nostre esperienze più intime da farci commuovere come solo raramente potrà succederci.

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