Paranoia Black Market: Soli

0
Condividi:

Progetto torinese sorto da qualche anno, il quartetto Paranoia Black Market ha pubblicato alcuni mesi fa il primo full length intitolato Soli. Vi si trovano sette tracce dalla produzione assai curata e piuttosto difficili da classificare. Influenze, se ne possono riconoscere in quantità: l’ambient, la psichedelia, l’elettronica di stile ‘Coil’, ma è davvero arduo stabilire delle somiglianze, poiché ciò che Alessandro, Carlo Alberto, Marco e Matthew hanno creato, appare estremamente particolare e, qua e là, sconcerta l’ascoltatore diviso fra la durezza ed oscurità di molti passaggi e l’ironia che emerge, a volte, nei testi. Ben poco i Paranoia Black Market hanno fatto sapere di sé e delle loro fonti ispirative, ma la dice lunga ciò che hanno scritto sulla loro pagina Facebook: ‘sono incerti possibili sviluppi futuri di genere musicale’; è quindi inutile cercare di etichettare un gruppo che, palesemente insofferente di ogni canone precostituito, ha effettuato una scelta di totale libertà. L’album Soli, come ci hanno detto, si basa su forme rituali e improvvisazioni che i nostri hanno realizzato principalmente per se stessi e che poi hanno voluto riarrangiare ai fini della registrazione. Definire quest’operazione ‘sperimentale’ è solo una parte della realtà. Si parte con uno degli ascolti più ‘faticosi’, “Abysses” di circa 18 minuti: dopo un inizio cupo ma ‘in sordina’ i suoni procedono crescendo d’intensità, la ritmica si fa via via più sostenuta su una base elettronica incalzante, tormentati accordi di chitarra sembrano emergere dalla ‘bruma’ e il canto è tutto un programma, tanto che, ad un certo punto, ai ‘cavernosi’ vocalizzi che paiono un po’ la sua caratteristica si uniscono altre voci e si delinea uno scenario da riti tribali; l’effetto è così suggestivo che il tempo sinceramente scorre senza problemi, anzi posso dire di aver sentito pezzi degli Swans molto più indigeribili. Subito dopo, il breve malinconico ‘intermezzo’ de “La stanza buia”, ‘astratto’ brano strumentale, ha il compito di introdurre la successiva “Invernale signora” in cui la struttura musicale risulta più composita, la parte vocale contraddistinta dal timbro ‘basso’ di cui si diceva e si nota l’efficace contributo dello strumento a fiato che si ritroverà anche più in là, per esempio in “La Stanza Buia pt II” dove le caotiche dissonanze dalle tinte vagamente psichedeliche, abbinate alle deliranti parole pronunciate con l’abituale tono sepolcrale, appaiono, però, un po’ fini a se stesse.The Mountain and the Cave”  e “White Tide” paiono poi avvicinarsi al ‘doom’ per l’andamento lento e pesante e il paesaggio apocalittico che aprono – ed infatti questi sono i due episodi del lotto che maggiormente fanno capo a sonorità convenzionali –  mentre alla fine “Piante Grasse”, propone un testo assurdo con un accompagnamento, il tutto molto simile alla precedente “La Stanza Buia pt II”, lasciandoci la sensazione di aver scoperto qualcosa di realmente originale che, però, deve ancora maturare un po’ prima di essere geniale.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.