The Pop Group: Citizen Zombie

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Nell’ambito del revival post-punk non vediamo soltanto affluire sulla scena una marea di imitatori dei gruppi anni ’80 ma anche ‘risvegliarsi’ una serie di ‘guru’ dell’epoca: ecco un nuovo disco del glorioso Pop Group, dopo ben 35 anni di silenzio. Da sempre politicamente impegnati, fra i più eclettici, originali, brillanti nonché un po’ matti musicisti di avanguardia che si ricordino, Mark Stewart e Co.si ripresentano oggi con la formazione che sappiamo, ad eccezione di John Waddington, e si avvalgono della produzione di Paul Epworth che contribuisce, probabilmente, ad adattare le sonorità di Citizen Zombie – questo il titolo del nuovo lavoro – ad un gusto più moderno. A detta di tutti, il Pop Group non ha perso né energia né estro, anche se tanta acqua è passata sotto i ponti; invariati il gusto sperimentale, la provocazione e la capacità di mescolare generi e suoni, con una grossa presenza di elementi funk ma anche industrial e chissà cos’altro ancora. Le undici tracce dell’album non sono tutte gradevoli allo stesso modo, ma sanno coinvolgere ed interessare e la tensione polemica e critica che, come si è detto, è una caratteristica della band non viene meno ancora oggi. Ecco quindi l’opener e title track che entra subito nel vivo delle invettive con un testo che va dritto al punto e l’accompagnamento di una sarcastica ‘marcetta’ dal clima un po’ sinistro. Subito dopo, “Mad Truth” inaugura uno stile ‘allegrotto’ grazie ai già citati ‘colori’ funky di cui il Pop Group per tradizione ha sempre fatto uso, mentre Mark Stewart mostra di non aver perso una briciola del suo smalto vocale; in “Nowhere Girl” cadenzata in modo solenne, perfino un po’ pomposo, la ‘temperie’ sovraccarica di suoni nonché di cori, diviene vagamente apocalittica. Dopo l’ipnotica “Shadow Child”, troviamo la sorprendente “The Immaculate Deception”, una sorta di ‘proclama’ disinvolto ed irriverente, rafforzato da note spavalde di chitarra e da percussioni e batteria ruvide e ‘selvagge’, e poi “s.o.p.h.i.a.”, brillante arringa in salsa reggae. D’altra parte, c’é anche da dire che i classici monologhi provocatori come in “Nations” sono forse destinati ad impressionare poco il pubblico di oggi, assai più smaliziato e indifferente. Sorprendente, poi, la chiusura affidata ad un brano come “Echelon”, l’unico lento e malinconico, dominato da tastiere incredibili e pervaso da un clima desolato e pessimistico che fondamentalmente riporta alla realtà di una grande band che ha ancora voglia di dire delle cose e merita di essere ascoltata.

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