“Leviathan” di Andrei Zvyagintsev: un mostro su di noi…

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Visioni di bellezza abbagliante, la macchina da presa che scorre su scogli oscuri e meravigliose prospettive marine, una musica (Philip Glass!) che esalta il trionfo di tutta questa grandezza fino a renderla sconvolgente… non è un documentario del National Geographic ma Leviathan, l’ultimo lavoro del russo Andrei Zvyagintsev che arriva in questi giorni da noi, dopo il successo al Golden Globe 2015 e a Cannes. Non si tratta della prima pellicola del regista che desta interesse, ma la tematica di Leviathan e le reazioni che ha provocato in Russia, principalmente da parte delle autorità, che hanno fatto buon viso a cattivo gioco soltanto quando sono cominciati a piovere gli elogi, l’hanno reso uno dei ‘fenomeni’ degli ultimi anni. Lo splendore delle immagini, infatti, è solo un aspetto dell’opera e, soprattutto, ne rappresenta il degno inizio, suscitando l’erronea convinzione di doversi attendere una storia di conflitti fra l’uomo e la natura: in realtà il nemico è, in questo caso, il Leviatano.

Zvyagintsev ha girato un film imperniato sul rapporto fra il singolo e lo stato; naturalmente il suo paese ben si prestava alla descrizione delle angherie cui il protagonista della vicenda, il padre di famiglia Kolya, viene sottoposto e, su di una parete dei lugubri uffici dell’amministrazione comunale ove si consuma la sua rovina, campeggia il ritratto di Putin: sarebbe limitativo, però, ritenere che Leviathan abbia per oggetto esclusivamente il regime russo. Qualunque altro tipo di sistema politico autoritario e corrotto vi si può adattare e lo dimostra il fatto che, a quanto si è letto, l’ispirazione per la storia di Kolya proviene da un episodio realmente accaduto in Colorado. Il protagonista, tuttavia, vive in un minuscolo villaggio del nord della Russia, sulle rive del Mare di Barents: è lì che è sempre stato e dove si è costruito una dimora umile ma panoramica nei pressi della costa… lì si sente a casa. Sfortunatamente il sindaco del posto ha messo gli occhi proprio su quella località e gode anche dell’appoggio della chiesa; il contenzioso fra i due assume dimensioni enormi, addirittura esistenziali. Perché il conflitto è impari e contro il leviatano nulla possono i piccoli, se non subire a costo della loro distruzione.

Kolya chiama in aiuto un ex commilitone ed amico che ora svolge a Mosca la professione di avvocato: Dimitri si impegna a fondo per la riuscita della causa e, inizialmente, crede di avere l’asso nella manica che, a suo avviso, li aiuterà ad avere ragione dell’arrogante sindaco. L’evoluzione della vicenda prenderà invece una direzione imprevista e niente potrà evitare la drammatica fine che, in effetti, si intuisce fin da subito. I personaggi – Kolya, suo figlio Roma, la moglie Lilya e l’avvocato Dimitri – sono ritratti in un ambiente che definire triste è dir poco. Un’esistenza fatta di niente, solitudine ed inadeguatezza dei rapporti umani, l’alcol come presenza costante sia nella vita quotidiana che nei momenti di svago: il personale si intreccia strettamente con il sociale a delineare uno scenario di sofferenza e degrado. I cupi colori della fotografia – geniale il lavoro di Mikhail Krichman! – rispecchiano il generale vuoto e la fragilità dei sentimenti: la relazione fra Kolya e Lilya sembra non produrre altro che insoddisfazione e la donna si sente soffocare, si dibatte come in una prigione alla quale cerca poi di sottrarsi compiendo la scelta che porterà all’apice della tragedia. L’infelicità ed il senso di morte di cui tutto pare essere pervaso contrastano con la grandiosità dei paesaggi in cui si respira un’aria densa di spiritualità: il gigantesco scheletro di una balena, che ‘illumina’ – bianchissimo – la spiaggia, si ricollega simbolicamente al nucleo ideale del film, il ‘leviatano’ che incombe sugli umani, frustrando le loro aspirazioni ed i loro sogni, anche i più semplici e comuni, e schiacciando l’esistenza di chissà quanti indifesi ‘giobbe’, che siano russi o di altri posti, come fossero insetti fastidiosi. Questa realtà inconcepibile ci viene presentata da Zvyagintsev nuda e senza fronzoli, libera di colpire le nostre coscienze fino a farci male; troppo facile immaginare quanto poco piacere possa aver tratto l’establishment del suo paese dalla descrizione di questo contesto sociale crudele ed amorale in cui al popolo, dopo aver perso speranze e valori, altro non resta se non soffrire.

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