She Past Away: Narin Yalnızlık

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Molto soddisfatti per aver riconosciuto subito il loro talento, seguiamo la carriera di Volkan Caner e Idris Akbulut, ovvero She Past Away, che sta viaggiando a velocità supersonica. Ad un certo punto, infatti, del debut album Belirdi Gece parlavano tutti, e il duo ha iniziato ad essere chiamato un po’ ovunque per partecipare a manifestazioni o per tenere concerti: ce lo aspettavamo. In questi giorni è uscito il secondo disco, Narin Yalnizlik e l’accoglienza generale è stata adeguata al suo valore: è un lavoro bello, più maturo e curato dal punto di vista tecnico, che ci fa ben comprendere la direzione che il progetto ha preso, cioè quella dell’arricchimento di una tradizione sempre importante e presente. Narin Yalnizlik contiene undici tracce nessuna delle quali deludente. Trovare riferimenti ai Sisters of Mercy è fin troppo facile, ma non si tratta di un rapporto di imitazione quanto piuttosto di filiazione: la provenienza dell’ispirazione è in effetti indiscutibile, ma non esito a dire che, per alcuni aspetti, i due giovani turchi hanno forse superato i maestri perchè, in un certo senso, ne hanno definito l’evoluzione alla luce del tempo trascorso, attingendo anche da altre esperienze quegli aspetti che rendono la loro musica variegata ed interessante ma lasciando intatto quel mood, per noi così affascinante.  Le ‘ingenuità’ che facevano parte della freschezza del primo disco sono state superate con rigore implacabile e – anche se non condividiamo l’idea – si comprende perchè alcuni si siano lamentati di una diminuita spontaneità. Ma vediamo meglio: partenza molto cupa con “Soluk”, che con un grande basso e la ritmica ‘secca’ che conosciamo ci fa subito entrare nelle visioni notturne e un po’ ‘diaboliche’ dei She Past Away. Dopo, “Asimilasyon”, uno degli episodi più belli, appare più vicina a forme melodiche fredde alla ‘Cure”, rese però più ‘affilate’ dalle note più ‘tirate’ della chitarra e dal cantato profondo e ricco di pathos che è un po’ il marchio di fabbrica del progetto; in “Uzakta” poi, l’interazione basso-chitarra produce momenti fantastici all’interno di uno scenario dominato da ombre e malinconia desolata. Una concessione al dancefloor con una strizzatina d’occhio al synth-pop a questo punto ci sta più che bene e così ecco la deliziosa title track, in cui  l’amico Volkan Caner sembra quasi adeguare al contesto la voce riuscendo più che altro ad incrementare l’oscurità in modo assai inquietante. Poi, l’andamento lento e la suggestiva chitarra di “Hayaller?” danno letteralmente i brividi,  prima della ‘danzereccia’ “Katarsis”, irresistibile nella sua tinta sanguigna, e della morriconiana “Uçtu Belirsizliğe”: la tradizione va comunque rispettata! Ma quella tradizione va anche fatta progredire e lo dimostra “Gerçekten Özleyince” che per un attimo ci fa pensare a cosa avrebbero fatto i Sisters of Mercy se avessero proseguito la loro carriera con la stessa creatività fino ad oggi. Delle ultime tre tracce valga segnalare soprattutto l’ultima, la sinistraİçe Kapanış II”, due cupissimi minuti strumentali come un fremito teso e minaccioso che ci lasciano a riflettere quanto poco rilassante sia l’ascolto di Narin Yalnizlik, ma tuttavia non vi si possa rinunciare.

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1 comment

  1. lorenzo 27 Maggio, 2015 at 11:50

    che dire,recensione fantastica!
    “katarsis “è meravigliosa….”hayaller?” e “soluk” sono 2 perle incredibili…

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