Coph Nia: Lashtal Lace

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Abbiamo già parlato in passato di Coph Nia su queste pagine, un progetto attivo fin dal 1999 per volontà di Aldenon Sartorial alias Mikael Aldén: musica che ha sempre avuto un fascino misterioso ed inquietante, legato del resto anche agli interessi manifestati dal fondatore rispetto ai rituali esoterici e al pensiero di Aleister Crowley. Molto tempo, tuttavia, è trascorso dalla diffusione di Shape Shifter e  Holy War e, per quanto siano usciti altri lavori con il moniker Coph Nia, questo Lashtal Lace, pubblicato alcuni mesi fa dopo il breve A Prelude To Lashtal Lace , è  apparso a distanza di ben sette anni dal precedente album. L’impronta dark-ambient è sempre presente, ma stavolta gli stimoli sono numerosi e testimoniano di un eclettismo colto e particolare che trae ispirazione da vari campi, tra cui la darkwave e l’industrial: più si ascolta, più Lashtal Lace evoca idee e sensazioni diverse. L’opener “I Shall Be No More” propone ‘nuda’ ritmica marzial/tribale e parte vocale che è più che altro un recitato: la ricetta sembra scontata ma meno lineare di quanto si possa credere, soprattutto nel finale, e la suggestione è notevole. Subito dopo, la title track, uno dei pezzi migliori, fa pensare ad una curiosa ballata dark-folk, ricca di pathos e partecipazione: ad una considerazione attenta, l’arrangiamento appare decisamente ricco e complesso, includendo derive ambient, morbidi passaggi di chitarra e perfino un controcanto al femminile che aggrazia l’abituale timbro ruvido del nostro. Segue la bizzarra cover di “Homo Sapien”, brano dell’inglese Pete Shelley, che alcuni ricorderanno all’interno dei Buzzcocks: personalmente non l’avrei mai riconosciuta, tanto risulta appesantita rispetto all’originale, ma la versione, onestamente, non è priva di un certo fascino. “All My Filth”, invece, sfodera sonorità minacciose e sinistre mentre “In Colour” è un’incursione fra il ‘cinematico’ ed il post-rock e “Glass House” offre suoni duri e minimali che però, a lungo andare, rasentano la monotonia; così bisogna aspettare “A Sonnet” per ritrovare l’atmosfera che preferiamo, quella tetra ed angosciante, puntualizzata dal ritmo in stile tribale, che pare essere la modalità espressiva più adatta a Coph Nia. Anche “Little Death”, subito dopo, è un piccolo gioiello, con le sue visioni dark, animate da una splendida chitarra e dalla voce profonda che in qualche punto sa essere anche accattivante e “Alone And Godless” sembra un’ipnotico canto funebre, inquietante ed oscuro. Infine, “The Dreamer” chiude l’album con suoni cupi ed arcani sui quali la voce, ancora una volta, recita parole che colpiscono e ci fanno sentire come parte di un rito misterioso cui abbiamo il privilegio di assistere..

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