“The Tribe” di Myroslav Slaboshpytskiy: the sound of silence

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The Tribe, girato dal giovane regista ucraino Myroslav Slaboshpytskiy e vincitore del Gran Premio della Semaine de la critique a Cannes nel 2014,  è considerato uno dei film più controversi ed interessanti apparsi recentemente. Come tutti avranno letto, la pellicola si avvale dell’apporto di un gruppo di attori muti non professionisti e – lo preannuncia uno scarno avviso proprio prima dell’inizio della visione – usa esclusivamente il linguaggio dei segni, senza sottotitoli e senza voice-over; non si creda, tuttavia, che la comunicazione risulti perciò meno esplicita e diretta. Uno degli aspetti sorprendenti, infatti, è questa tecnica di lasciar parlare il silenzio, di far arrivare il messaggio soltanto attraverso gli sforzi dei personaggi per esprimersi, attribuendo ad altri suoni – versi, respiri, rumori ambientali – il compito di consentire la completa comprensione di quanto accade. Sembrerebbe impossibile, eppure l’operazione riesce con un’efficacia sconvolgente.

Sergey, sordomuto, arriva un giorno in una sorta di istituto ove vive un gruppo di giovani affetti dal suo stesso problema. In breve tempo si accorge che, all’interno della struttura, dominano le regole prescritte da una specie di ‘leadership’ formata dai più prepotenti e violenti che hanno imposto una vera e propria forma di dittatura: sotto la loro direzione proliferano le attività criminali, i furti, i pestaggi, lo sfruttamento della prostituzione a scapito di un paio di ragazze lì residenti. La problematica pare quindi analoga a quella di tanti film già visti sulle bande giovanili. Il protagonista si impegna per inserirsi in questo ‘inferno’ e, fino ad un certo punto, sembra riuscirci: le difficoltà nascono allorchè, fra lui e una delle ragazze sfruttate, vittima dei soprusi del branco, nasce un sentimento diverso, qualcosa che si avvicinerebbe all’amore se le relazioni fra i membri del gruppo potessero essere considerate normali. Il legame fra i due scatena in Sergey il desiderio di ribellarsi alle ingiuste imposizioni ma in questo contesto non c’è spazio per la speranza, tanto meno per la redenzione: il finale crudo e drammatico attesta che il frutto dell’isolamento e della discriminazione non può essere che la tragedia.

Myroslav Slaboshpytskiy ha dichiarato in varie interviste il legame di The Tribe con la tradizione del cinema muto. E’ evidente però che gli obiettivi ed il modo di procedere in questo lavoro hanno origini del tutto diverse. Il regista, già nel 2010, aveva girato un cortometraggio, Deafness, sulla brutalità dei poliziotti nei confronti dei sordomuti; questo attesta l’interesse da lui sempre nutrito per la tematica e la sua volontà di misurarsi con una meta complessa: quella di rendere partecipe di tale tematica il pubblico ‘ordinario’ mediante strumenti non ordinari. L’elemento sociale è ovviamente rilevante ed emerge un aspetto non sconosciuto della società di quel paese – la vicenda  è ambientata a Kiev – così come accade in tante altre opere aventi per oggetto, per esempio, la mafia o analoghi fenomeni. Ma la crudezza di The Tribe rappresenta in effetti un caso eccezionale e la scelta stilistica, con la straordinaria regia, prevalgono con un fascino inimmaginabile. Non si creda infatti che l’assenza di ogni voce renda difficile allo spettatore penetrare nell’atroce contesto che siamo andati raccontando: per quanto sia impossibile afferrare con esattezza il contenuto delle comunicazioni che i personaggi si scambiano – lingua dei segni ucraina! – le loro espressioni, i versi che emettono nei momenti di maggiore concitazione valgono più di mille parole; le emozioni primarie, spesso dominate dalla brutalità, che questi adolescenti provano e manifestano sembrano non aver bisogno della ‘sovrastruttura’ del discorso per poter essere percepite. I suoni ambientali, poi, assumono un’importanza inattesa laddove, emergendo dal silenzio, si rivelano come fossero ‘nuovi’: ci si ritrova così a constatare sorpresi qual è il rumore di un pugno o di un bacio o anche di un rapporto sessuale e ci si accorge che, nella vita quotidiana, se ne perde la coscienza in quanto gli atti sono coperti dalle voci di gente che parla. Se consideriamo inoltre, come si è accennato all’inizio, che gli attori che hanno lavorato nel film non sono professionisti e sono realmente sordi, ci rendiamo conto che Slaboshpytskiy ha compiuto una sorta di miracolo e le discussioni che la sua pellicola ha suscitato sono assolutamente giustificate, perchè nel suo primo lungometraggio questo giovane regista ucraino, con l’affrontare – vincendola! – una sfida rilevante,  ha posto il seme di una vera e propria sperimentazione cinematografica quale non si vedeva da tempo immemorabile.

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