“Babadook” di Jennifer Kent: mamme sull’orlo di una crisi di nervi…

0
Condividi:

D’estate notoriamente i film importanti non escono, tuttavia, ogni tanto, occorre stare in guardia, perchè qualche ‘piccola’ ma interessante produzione può sempre arrivare. E’ il caso di questo Babadook, opera prima della giovane regista australiana Jennifer Kent, che sulla falsariga di un suo precedente ‘corto’, ha confezionato un singolare horror da considerare, in realtà, un lavoro di acuto quanto delicato scavo psicologico nell’anima femminile. Con una regia abile ed efficace, un’ambientazione ‘incolore’ che rispecchia in modo intelligente l’intimo della protagonista, la Kent demolisce in novanta minuti o poco più il mito dell’amore materno incondizionato e dell’abnegazione assoluta verso i figli, senza però giungere a conclusioni distruttive ma facendo intendere come la relazione madre/figlio sia in verità un percorso duro e ricco di ombre ma che è necessario compiere fino in fondo.

Amelia è la mamma di Samuel e vive sola con lui da sempre poiché il padre ed amatissimo compagno è deceduto in un incidente stradale avvenuto proprio il giorno del parto, mentre conduceva la moglie all’ospedale. Il bambino che, sia pure senza colpa, è stato parte in causa per la madre di una grandissima infelicità, porta su di sé i segni di una sofferenza che ne influenza la crescita e la maturazione: ha problemi a scuola, non riesce a rapportarsi con i compagni ed è visto da tutti come una creatura disturbata e bisognosa di cure particolari. Per Amelia, dunque, la vita è una lotta: lavorare per il sostentamento di sé e di Samuel, affrontare la gestione del bambino e delle sue difficoltà, rinunciando a cercare per sé qualunque gratificazione, e crogiolarsi nella solitudine in cui è rimasta dopo la morte del marito. L’apparizione di un misterioso essere vestito di nero, scaturito dalle pagine di un misterioso libro, che inizia a perseguitare i due proprio come succede nei film dell’orrore, è solo la ciliegina sulla torta in un’esistenza che si trascina stancamente e senza prospettive.

All’inizio è il piccolo a percepire l’angosciante presenza fra le pareti di casa, soprattutto la notte, quando essa si presenta ad avvelenare i suoi sogni. Ma lo stato di prostrazione del figlio coinvolge la madre, le impedisce di dormire, così che a tensione si somma tensione e la situazione diviene presto insostenibile. Samuel è costretto a lasciare la scuola e resta ‘intrappolato’ in quelle stanze abitate, oltre che da lui e la mamma, anche da una creatura orribile che lo atterrisce; vede che il suo unico riferimento affettivo gradualmente si trasforma fino a diventare infido, addirittura cattivo: praticamente fa più paura del mostro, perché quest’ultimo appare irreale come i sogni mentre lei è lì con lui, concreta come tutta l’infelicità ed il malessere che chiude in sé. Così il significato del terribile Babadook si fa via via più chiaro e si comprende perché catalogare la pellicola della Kent fra i film horror è solo un modo convenzionale per apporre un’etichetta ad un’opera che di tale genere presenta alcune delle caratteristiche e dei ‘tòpoi’: in realtà, la vicenda si svolge tutta nell’intimo di Amelia, in quella di Samuel per forza di cose e all’interno della relazione fra i due che rischia di naufragare a causa del sordo e nascosto rancore che la madre – si, proprio quell’angelo cui ogni bambino si affida completamente – prova per colui al quale ha dato la vita. Samuel, senza volerlo, ha privato Amelia del suo grande amore o almeno è così che quest’ultima, nel dolore, ha elaborato l’episodio; lei è legata a suo figlio come è giusto che sia ma nell’angolo più oscuro e segreto della sua anima ha attecchito un risentimento inconsapevole che le ha distrutto la serenità e minato il suo equilibrio: solo la presa di coscienza di questo sentimento e l’accettazione della sua debolezza potrà portare la protagonista – niente altro che una mamma, ma quanto eroica! –  al recupero dell’armonia personale e alla soluzione di quei nodi che le impediscono di essere felice con il suo bambino. La rabbia, la cattiveria devono essere ‘gestite’ e controllate: una vittoria definitiva su questi aspetti che in ognuno di noi, a pensarci bene, si annidano e, occasionalmente, producono ‘guasti’ non è mai possibile e occorre adeguarsi ad una forma di ‘convivenza’ fino al raggiungimento della stabilità. Perché non  esistono madri perfette, ma quasi tutte sono ‘forti’ o devono diventarlo con l’impegno e la lotta quotidiana, come ci ha insegnato, a suo tempo, la Diane di Mommy di cui Amelia è una versione meno ‘invasiva’ ma sufficientemente efficace.

Condividi:

Lascia un commento

*

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.