Braindance: Master of disguise

0
Condividi:

Nel 2002 recensii “Redemption”, l’attesa è stata lunga, infine il pluri-annunciato Master of disguise (compiendo un giro lungo, ad onor del vero), giunge a me, primo concept della carriera di Sebastian Elliott (fuori recentemente col solo-project EBM Sentinel of Eternity) e soci. La conturbante Vora Vor (chitarre, tastiere, programmazione, orchestrazione…) si conferma partner perfetta per il muscoloso leader, sono ancora della partita i fedeli Andrew Bunk (basso a 5 e 6 corde) e Stygmie von Skunk-a-Loohvff alle percussioni, si aggiungono alla truppa Tony Geballe alle chitarre (ed al saz) e le due backing vocalist Beka e Natalia. Tredici anni, adunque, anche se una data apposta sul booklet segna 2012, comunque un lasso di tempo considerevole, attesa colmata da una uscita al solito presentata in forma impeccabile, la quale consta di una confezione in cartoncino, libretto con liriche, fotografie ed info e di un fumetto (di ben sedici pagine) che narra la vicenda del nostro protagonista, ambientata in un Antico Egitto (anche se un’immagine illustra lo scontro tra due armigeri d’un medioevo alquanto fantastico) come lo immaginerebbe un architetto di Las Vegas (l’illustratore è Joe Simko in collaborazione con Kieran Oats). La cifra sonora di Master of disguise evidenzia tutte le componenti classiche alle quali i Braindance hanno fatto ricorso anche in passato, con una particolare enfasi posta sulla produzione, essendo il suono grandioso, bombastico, ma rimanendo comunque entro i limiti che gli consentono di non scivolare nel pacchiano. Dark progressivo di derivazione epico/metallica, ove chitarre, tastiere, percussioni, tutti gli strumenti sono posti al servizio della trama, per un risultato finale compatto, dalla forte componente cinematografica sulla quale il collettivo fonda il proprio operato. Elliott declama col suo vocione (ed osservando la sua posa non potrebbe essere altrimenti) liriche che, nella loro esposizione, rimandano ai cicli fantastici di Robert Ervin Howard, avvicinandosi in più d’un passaggio all’espressività cupa di Peter Steele, altre volte l’elettronica si fa invadente, ma fa parte del disegno complessivo al quale l’opera si ispira (“Eye of the storm”). Il giudizio finale dipende in massima misura dallo spirito col quale s’affronta l’ascolto d’una siffatta opera, da parte mia non posso astenermi dal lodare la caparbietà di Elliott e di Vora Vor, a tal punto compenetrati nella creatura sonora alla quale hanno dato vita nel lontano 1992, da meritarsi stima e, perchè no?, affetto. Dei sognatori, di mondi remoti ove si susseguono epopee arcane, ma non lo siamo tutti noi, in fondo? Della traccia “Lost” è stato tratto pure un video diretto da Tony Hanson (cercatelo su YouTube, c’è anche una versione animata).

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.