Paradise Lost: The Plague Within

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Sempre imponenti ma anche ‘gotici’ e più cupi del solito, i Paradise Lost ci regalano questo The Plague Within, quattordicesimo album in studio, e recuperano la vena death/doom di cui alcuni sostenevano di sentire la mancanza. Se i suoni appaiono in un certo senso più puliti, Holmes tuttavia è sempre scatenato con il growl, la chitarra di Greg Mackinthos ha un posto d’onore e qua e là sono presenti parti ‘orchestrali’ che caricano il paesaggio di pathos, senza ‘imbarocchirlo’ più di tanto: il risultato è decisamente di ottimo livello e lo dimostra l’accoglienza positiva che il lavoro sta avendo un po’ ovunque. Già le prorompenti note di chitarra che aprono “No Hope In Sight” predispongono bene all’ascolto e la vigorosa parte vocale fa sì che Holmes vi apponga subito il proprio marchio. Subito dopo, “Terminal” viene condotta con solenne e studiata lentezza, ravvivata dai toni ruvidi del canto, mentre “An Eternity Of Lies” introduce un ‘gotico’ arrangiamento sinfonico con cori suggestivi abbinati alla forza indomabile della chitarra: senz’altro uno degli episodi di maggior rilievo del disco. Poi, dopo l’impeto dirompente di “Punishment Through Time” con passaggi alla chitarra davvero incisivi,  ecco la cupissima “Beneath Broken Earth”, intrisa di doom, che non può non essere gradita ai fans tradizionali della band e “Sacrifice The Flame” caratterizzata dall’accoppiata ancora una volta vincente di ‘schitarrate’ ed archi: questa scelta stilistica è talmente dominante in The Plague Within che rasenta l’eccesso in un caso come “Victim of The Past” in cui archi e tastiera rischiano a mio parere di sovraccaricare un po’ la situazione. L’andamento ‘forsennato’ ed il growl ‘malefico’ di “Flesh from Bone” riportano poi l’equilibrio, ma togliendo il respiro, nonostante il coro ‘similgregoriano’ che sembra aver funzione esclusivamente decorativa e così “Cry Out” rimane sul ‘tirato’ andante. In chiusura “Return to the Sun” conclude degnamente l’album proponendo sonorità doom, cori classici ed un’atmosfera ‘sanguigna’: un brano assolutamente godibile che ci fa pensare che la fine della carriera dei Paradise Lost, che dura da quasi trent’anni, non è affatto in vista.

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