Rita Tekeyan: Manifesto Anti-War

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Indipendentemente dal fatto che si tratti di una musicista/artista, Rita Tekeyan è uno di quei personaggi che hanno una storia: essa ‘filtra’ e permea il suo approccio con la realtà, è presente nel suo modo di proporsi al pubblico, nel suo atteggiamento e nella sofferenza chiaramente percepibile oltre che, ovviamente, nel messaggio. Nata in Libano ma di origine armena, Rita Tekeyan oggi vive in Italia, ma l’esperienza della guerra vissuta a Beirut durante l’infanzia è certo alla base della sua ispirazione e, in generale, del suo modo di sentire: Manifesto Anti-War, il mini album uscito da poco a cura di Rosa Selvaggia, ne è, del resto, chiara prova. Il songwriting dell’artista è quindi finalizzato all’affermazione energica di un messaggio e la sua opera è facilmente catalogabile come un ‘manifesto’ contro la guerra, i genocidi e simili; per questa ragione, i testi sono di grande importanza e si trovano normalmente al centro di un tessuto musicale totalmente minimale quanto peculiare, definito dal suggestivo pianoforte da lei stesso suonato,  che contribuisce a trasmettere in modo efficace il senso di tragedia e di devastazione emanati da ogni traccia. Meno ‘votata’ alla sperimentazione vocale rispetto, per esempio, a Diamanda Galàs, alla quale può comunque per alcuni aspetti essere paragonata – non dimentichiamo che uno degli album della fase recente della Galàs, Defixiones – Will and Testament, è dedicato, guarda caso, al cosiddetto ‘olocausto minore’, ai danni delle popolazioni greche e armene da parte dell’impero ottomano – Rita Tekeyan in verità ha creato una formula di grande fascino e molto personale, risultando accessibile nonostante l’impegno dei testi e, nel contempo, estremamente efficace. Così, se per la splendida opener “La Mort Des Amants” l’artista ha scomodato Charles Baudelaire, per offrirci una versione ricca di pathos della celebre poesia sorretta da un delicato sfondo ‘sintetico’, nella seconda traccia, “Green Line”, l’accompagnamento austero incentrato sul cupo piano pone in rilievo il canto desolato: una sorta di tristissima ballata che esprime nel modo più diretto l’orrore della guerra; ‘green line’, come lei stessa ha dichiarato, non è altro che la zona verde che divideva Beirut fra est ed ovest. “Yes Kou Aperet” è un testo poetico scritto dal nonno paterno di Rita, Avedis Tekeyan, anch’egli artista, che qui è stato messo in musica: la raffinata base formata dal piano e dal synth, le voci sommesse in lontananza, il canto accorato e partecipe, tutto questo concorre a disegnare lo scenario di un dolore senza speranza. La successiva “Deep Dark Well” mantiene lo stesso mood e la parte vocale merita un elogio incondizionato, mentre la conclusiva title track costituisce il nucleo di questo piccolo/grande disco e del suo contenuto più importante: un grido che è disperazione ma anche lotta e volontà di resistere proprio quando non si vedono vie di uscita. In tal modo, nell’alternanza fra momenti bui ed altri ‘grintosi’, Rita Tekeyan ci fa entrare nel suo cupo ed inquieto mondo.

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