Chelsea Wolfe: Abyss

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Ormai considerata unanimemente, dopo il bellissimo Pain Is Beauty, un riferimento fondamentale per gli amanti del genere dark, Chelsea Wolfe ci regala in questi giorni il suo quinto disco Abyss, undici tracce, piene di poesia ma anche di note ‘sanguigne’ ed incisive, su cui si fondano strutture tutt’altro che inconsistenti o evanescenti, bensì consapevoli di una sana e solida tradizione gothic cui l’artista dà un contributo più che mirabile. Abyss è un lavoro intenso e ‘partecipato’ che riesce ad appassionare e coinvolgere con momenti anche ‘impegnativi’, nei quali sembra proprio che il suo modo di sentire si sia avvicinato al metal come mai prima d’ora: ogni nota ed ogni parola risultano ad alto tasso emotivo e la Wolfe porta avanti il suo discorso incurante di qualunque canone predestinato, dando ascolto – ma l’ha sempre fatto – esclusivamente a se stessa. Così l’opener “Carrion Flowers” rappresenta un impatto sonoro di un certo peso, fin dai primi secondi: musica cupissima ma anche greve, di matrice palesemente industrial, dominata dai toni sensuali del canto in una combinazione sorprendente ma ricca di fascino. “Iron Moon”, decisamente una delle più belle, si ispira al suicidio di un operaio cinese schiacciato dai meccanismi disumani del capitalismo di ogni colore: straordinaria l’alternanza fra momenti di canto sommessi sulla base di un accompagnamento minimale ed altri ‘esplodenti’, con ‘schitarrate’ potenti e frasi vocali a gola aperta che trasudano vitalità e disperazione. Atmosfere sempre plumbee e visioni vagamente allucinanti ci attendono in “Dragged Out”, in cui, oltre alle distorsioni e alla chitarra che letteralmente ‘affetta’, ci ‘rallegrano’ campane ed altri suoni ‘sepolcrali’ mentre “Maw” propone – forse inattesa in questo contesto! – la versione personalissima di una ballata  ‘folk’ in cui morbidi – ma tristissimi! – arpeggi alternati a passaggi più duri, la tastiera e la voce desolata disegnano un ambiente raffinato sì ma davvero mesto. E se “Grey Days” sembra fare riferimento alle radici postpunk, a parte la benvenuta ‘intrusione’ della strepitosa viola di Ezra Buchla, “After The Fall” attesta il debito, da tutti notato, verso P.J.Harvey e ci regala poco più di cinque minuti struggenti in modo doloroso, dove non mancano però momenti più sperimentali o altri di pura energia. Con ‘Crazy Love” torna lo stile ‘ballata’, per quanto estremamente ‘visionario’ e particolare: si noti il delizioso violino; “Simple Death” presenta sempre uno scenario davvero dark in cui la melodia molto accattivante risulta però ancora una volta talmente tetra da fare male. Delle ultime tre tracce voglio menzionare la stupefacente title track, costruita su meravigliose dissonanze che si compongono a formare una sorta di armonia superiore, in cui il piano, la chitarra, gli archi paiono confluire da ogni parte in un amalgama da brividi. Con Abyss Chelsea Wolfe dimostra la forza di un’artista matura e sicura di sé, piena di idee e brava a gestirle e si candida con certezza alla mia personale classifica di quest’anno.

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