“Ex Machina” di Alex Garland: soltanto una bambola?

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Esce con molto ritardo e praticamente in sordina, in piena estate, un film di fantascienza e non solo, che avrebbe meritato tanta più attenzione. Ex Machina è l’opera prima dello scrittore e sceneggiatore Alex Garland, noto per alcune sue collaborazioni con Danny Boyle (28 giorni dopo, Sunshine) e per la sceneggiatura del tragico Non lasciarmi: un debutto impegnativo ed importante che è diventato un ‘culto’ in due settimane circa di programmazione. La ragione non sta  esclusivamente nella cura e la perfezione della regia e della fotografia, stupefacenti per un ‘principiante’, ma soprattutto per il valore e la portata della tematica trattata, che supera i confini della Sci Fi ‘tecnologica’ per varcare quelli dell’introspezione e dell’analisi psicologica, ribaltando il rapporto fra intelligenza umana e I.A. così come è stato descritto in centinaia di altri film dello stesso genere. Da ognuno degli esseri ‘artificiali’ che conosciamo nel cinema, Ava, la protagonista di Ex Machina, trae qualche caratteristica ma da tutti quanti, alla fine, è diversa, come del resto appaiono uniche la sua forza, la sua volontà e, soprattutto, la sua intelligenza. Forse i robot sono destinati, non solo ad affiancare gli uomini, ma addirittura a prevalere su di loro, rappresentando una minaccia più che un aiuto? E’ questo che Garland vuole dirci? Può darsi. L’idea non è nuovissima ma se dovesse realizzarsi – così sembra anche di capire! – la colpa sarà proprio dei nostri simili e della progressiva decadenza che li sta disumanizzando.

Caleb, dipendente dell’importante motore di ricerca BlueBook, ottiene l’opportunità di trascorrere una settimana nella bellissima casa di Nathan, il mitico proprietario della grandissima azienda. Giunto nel meraviglioso edificio, immerso in una natura affascinante e misteriosa – imperdibili le immagini dello Juvet Landscape Hotel, l’albergo norvegese dove la vicenda è ambientata! –  il giovane scopre ben presto che l’abitazione del suo ‘capo’ è, in realtà, un vero e proprio laboratorio scientifico ove costui, geniale informatico, sta mettendo a punto un audace progetto che ora intende sottoporre al suo dipendente perché possa testarlo. La creazione è, appunto, Ava, un robot ricco di sorprendenti capacità e con un viso dolcissimo, le cui cognizioni non sono paragonabili a quelle di nessun essere umano poiché provengono dai contenuti del motore di ricerca BlueBook, quindi sono praticamente illimitate. Della splendida macchina è ora necessario verificare il grado di ‘umanità’ attarverso il test di Turing: questo è il compito assegnato a Caleb che, quindi, deve stabilire un contatto con Ava e comprendere se i suoi comportamenti siano automatismi o dettati da una forma di consapevolezza. La prova non si rivela affatto facile e diviene principalmente una sorta di braccio di ferro fra i tre personaggi – a cui si unisce un’altra criptica ed altrettanto avvenente figura femminile, Kyoko – fra i quali sincerità ed onestà non sono certo all’ordine del giorno: ognuno agisce spinto dalle sue personali ragioni, credendo siano ignote a tutti, ma esse invece si scoprono sia grazie all’aiuto di provvidenziali telecamere sia per l’acume e – ancora – l’intelligenza che a nessuno di loro manca. Ben lontana dalla tristezza ‘gotica’ dei replicanti di Blade Runner, forti sì ma indissolubilmente legati ad un infelice destino, ed assai più attraente di Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio, Ava incarna la nuova generazione dei robot che, forse fra non molto, sapranno mettere in difficoltà i nostri simili: la significativa conclusione, niente affatto scontata nella sua brevità e rapidità, trasmette un messaggio che ciascuno di noi può interpretare ed interiorizzare in base alla propria sensibilità.

Le domande, infatti, che il regista ci pone sono: fra le persone e la macchina, chi dimostra le maggiori doti umane? Chi lo spirito più geniale? E inoltre: chi agisce con vera giustizia? Se la superiorità di Ava spicca nel confronto con il suo spietato inventore/padre – e qui la ribellione giunge benvenuta! – anche le incertezze e lo smarrimento di Caleb, pur così tipicamente umani, non si dimostrano poi né nobili né tanto meno utili e il suo ingenuo piano di salvezza è destinato a fallire miseramente. Il film termina lasciando negli spettatori un’inquietudine neanche troppo sottile: l’idea che, probabilmente, le macchine non contino nulla senza l’uomo che le governa è, in verità, un’illusione; creando meccanismi sempre più perfetti, finiremo con il concedere loro un potere ancora maggiore di quello che già hanno, con conseguenze al momento imprevedibili. Alla luce dell’efficacissima prova di Oscar Isaac, qui nel ruolo del crudele Nathan, non possiamo non pensare, con un po’ di malinconia, che il problema non sia, in effetti, la superiorità della macchina bensì l’inferiorità dell’uomo che, gradualmente, sta perdendo proprio quei valori e quelle doti che fino ad oggi l’avevano reso – forse! – migliore delle belve. Di certo c’è tanta materia per pensare…

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