Big Noble: First Light

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Spente le luci del bel concerto degli Interpol, proprio mentre chi vi ha partecipato si impegna ad esprimere le  impressioni ricevute, eccoci a parlare di un progetto musicale che in qualche modo li riguarda. Big Noble è infatti nato per volontà di Daniel Kessler, da tutti conosciuto come chitarrista del grande gruppo newyorkese, a distanza di un bel po’ di tempo dagli analoghi tentativi effettuati dal frontman della band, Paul Banks, sia con il suo nome che sotto quello di Julian Plenti. In questa avventura il nostro si è avvalso della collaborazione di Joseph Fraioli, esperto di synth: il risultato di tale unione è First Light, un album che, dal chitarrista degli Interpol, non ci saremmo proprio attesi, una raccolta di suoni ambient estremamente meditativi, malinconici ma non necessariamente cupi, in cui la chitarra viene utilizzata anche per improvvisare e alla parte elettronica è demandato il compito di sviluppare le atmosfere e tracciarne i limiti. “Ocean Picture”, la prima traccia, spalanca l’universo ‘ambient’ di Big Noble, facendo intuire che le sue caratteristiche non si discostano dai canoni del genere. Subito dopo, nella breve “Stay Gold” la chitarra si impone con decisione ed il suono degli Interpol è ben riconoscibile; la stessa cosa vale per “Autumn”: entrambe le tracce lasciano però la sensazione di qualcosa di incompiuto e frammentario, come fossero ‘schegge’ di una costruzione molto più grande che però non si riesce ad intravedere nel suo insieme. La chitarra di Kessler emerge vivida anche nella bella “Affiliates” che disegna immensi, malinconici orizzonti, mentre “Pedal” si distingue per certi effetti sonori originali e decisamente sorprendenti, percepiti all’ascolto come una sorta di vibrazione. Delle restanti valga citare soprattutto la conclusiva “Vikings”, della quale colpisce la fluidità e la sostanza onirica dei suoni che, nel finale, sembrano ampliarsi, ‘crescendo’ in forza. In sostanza, First Light appare come una prova soddisfacente da parte di due musicisti nella piena maturità artistica e presenta i difetti che caratterizzano un po’ tutte le opere ambient: un’uniformità eccessiva per cui si fatica a distinguere un pezzo dall’altro e, a lungo andare, un filo di monotonia.

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