Northwinds: Eternal winter

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Torno ad occuparmi dei transalpini Northwinds a tredici anni di distanza dall’ottimo “Masters of magic”, ed è un piacere constatare che il livello qualitativo è rimasto ben alto. Lo stesso dicasi per i contenuti, assai vari anche se improntati in prevalenza ad un doom ieratico e solo in alcuni frangenti iper-rallentato, che in episodi come “Chimères”, ove si fa uso della madrelingua, acquisisce un’aura peculiare, misteriosa, sibillina, merito del cantato espressivo del batterista (si adopra con risultati eccellenti pure al flauto) Sylvain Ave (il suo timbro è assai vario, scivolando con naturalezza dal salmodiare a la  Dan Fondelius dei Count Raven ad una espressività melodica e narrativa). Le sette tracce di Eternal winter sono state registrate del 2009, ora finalmente le possiamo apprezzare in tutto il loro arcano fulgore, impreziosite da passaggi che rimandano alla gloriosa tradizione prog d’oltralpe e da uno spirito libero, genuino, caratterizzato da una naiveté sincera, che non può non accattivarsi le simpatie dell’ascoltatore più aperto (i piacevoli ricami hard rock settantiani di “From the cradle to the grave”). Canzoni dalla presente componente melodica come “A light for the blind” ci riportano indietro negli anni, sta in complessi come i Northwinds (non dei principianti, essendo attivi da una ventina di anni, e l’epserienza accumulata pesa) preservare il doom da una troppo affrettata massificazione, alla quale troppi vorrebbero asservirlo, lo confermano “Under your spell” ed i suoi ricami progressive esaltati dalle mai dome tastiere di Emmanuel Peyraud e dalla chitarra di Vincent Nictas. E’ evidente la sintonia creatasi tra il quartetto e Black Widow Records, etichetta che si fa custode di valori ai quali tutti i veri artisti dovrebbero riferirsi, non solo nell’ambito della musica catalogata come dark (nell’accezione più ampia del termine). Eternal winter (che segue il quasi omonimo “Winter” del 2012), con la copertina curata da Stefano Scagni che evoca incubi lovecraftiani (montagne – della follia? – che si stagliano dinanzi ad un pellegrino intento ad affrontarle senza timore), è un disco che si ascolta più volte, e sempre con rinnovellata meraviglia, perchè opere come queste paiono cristallizzate in un’epoca indefinita, intramontabile.

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