OssO: OssO

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Eraldo Bernocchi + MoRkObOt = OssO. Discesa, abisso, risalita. Asfalto fuso. Voragine. Ritmi alieni. Decodificazione. Ma non riduciamo il progetto OssO ad una semplice somma di due elementi. Piuttosto, concentriamoci sul suono. Una volta tanto, no pose, no simboli, nessuna vanità correlata. Sul suono o meglio su come suona cosa. Effetto disturbante, ma c’era da aspettarselo, valgono i c.v. delle entità coinvolte. Che è superfluo estendere qui, sottrarre spazio al concetto. OssO, l’insieme, produce OssO, l’oggetto. Perchè la triturazione totale ivi operata genera un magma sonoro che pare fisico, tanto vi piomberà addosso in tutta la sua immane pesantezza. Basta la ghost-track posta in fondo. Mi piace a volete iniziare dall’ultimo brano. In questo caso riserva la sorpresa di un qualcosa nascosto laggiù, a fine corsa. Come quel grumo di muffa che ritrovate in un angolo della cantina, e non riuscite proprio ad identificare cosa poteva essere stato prima. Ma OssO non è solo redistribuzione di compiti, peraltro eseguiti con una perizia chirurgica, è creazione, genesi, modellamento del chaos primordiale. Così le coordinate impazzite di “Squirter” si intersecano con le onde deviate di “Mungiball”, la carica del mastodonte terrorizzato dalla visione di entità spaventevoli di “Fecaloman” si scontra con il muro di “Column”. Poi “Fister” e le sue nefandezze lasciano spazio ad “A clockwork orange” ed ai suoi vuoti riempiti di plasma. Ma tutto ha avuto inizio con “Mongolfear”, ed è lì, in quel luogo indefinito della nostra mente ove esso alberga, e da dove trae nutrimento per le sue devianze, che si torna, calandosi poi in “Mary Turdor” ed il suo annichilente, tronituante, ossessivo incedere. Follia, perversione, ma anche ironia (i titoli) il tutto sapientemente orchestrato da un quartetto di creatori/esecutori che sa perfettamente dove andare a colpire. In altre mani questa materia potrebbe secernere un guazzabuglio incomprensibile, OssO fa però tesoro dell’esperienza senza ostentarla come un totem, e la maneggia da par suo. Un disco da ascoltare in cuffia, da mandare il loop e tanti saluti all’umanità dolente. Bellissima la copertina, di Petulia Mattioli.

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