The Green Inferno di Eli Roth

0
Condividi:
“Dalla mente contorta di Eli Roth…” recita la locandina…
Non aver mai sentito parlare del regista è quasi impossibile (Cabin Fever, Hostel I, Hostel II), non aver sentito mail nominare il film “The Green Inferno” da due anni a questa parte lo è altrettanto.
Ebbene sì, è dal 2013 che tutti i cultori di cinema di genere stavano aspettando questa pellicola che finalmente, in anteprima è uscita con un giorno di anticipo, il 24 settembre 2015, rispetto al resto del mondo in Italia. Perché? Per omaggiare il cinema di genere del Paese che ha dato origine a questo filone cinematografico “cannibalico” che annovera tra le sue pellicole il masterpiece per eccellenza “Cannibal Holocaust” del Maestro Ruggero Deodato, oltre ad altri episodi di alto livello quali “Cannibal Ferox” e “Mangiati Vivi” di Umberto Lenzi, solo per citare i più noti.
Eli Roth, ama il cinema, ne conosce aneddoti e segreti, questo è fuori discussione, e si diverte moltissimo a farlo. Il suo stile oltraggioso ed irriverente, non è mai stato così presente in maniera esplicita in una sua opera, come in “The Green Inferno”. Citazioni  e piccoli rimandi alle passate pellicole horror del Nostro Bel Paese, sono tributi che Eli Roth ha voluto inserire per omaggiare i Suoi predecessori dietro la macchina da presa.
Ed è per questo motivo che lo spettatore rimane affascinato dalle immagini, forti e disturbanti -tanto da aver fatto guadagnare al film un V.M 18- e durante la visione ci si ritrova persino a ridere, anche di gusto, nonostante il tema trattato suggerisca ben altro.
Le splendide immagini della Foresta Amazzonica peruviana, con quel verde brillante e vivo, sono teatro delle vicende di un gruppo di giovani attivisti che vivono la realtà attraverso i “social” dove l”#”, le visualizzazioni pubbliche e i like, diventano preponderanti rispetto alla causa per la quale ci si dovrebbe battere.
E gli Indigeni, che entrano in scena non appena la sventura incrocia le azioni dei giovani attivisti, vestono il rosso fuoco della guerra. Una donna li guida, di colore giallo. Un aborigeno altissimo tinto di nero è il direttore della milizia indigena.
Rosso, giallo, nero verde e poi ancora il giallo fluorescente delle tute da lavoro indossate dagli indesiderati ospiti occidentali arrivati per salvare le foreste (?) e i loro abitanti, costituiscono il caleidoscopio di colori che sfila davanti agli occhi dello spettatore, prima durante e dopo la mattanza dei corpi umani, che diventano le succulente pietanze del desco dei nativi.
Il body-count non è mai stato così esplicito e feroce sugli schermi. La macchina umana viene sezionata in parti per diventare cibo. Uno ad uno i ragazzi si trasformeranno in pietanze, senza via di scampo, essendo loro stesi spettatori ingabbiati e costretti a guardare il loro simile diventare fonte di nutrimento.
Eli Roth indugia sulla preparazione della vittima, rituale che trasforma l’essere umano in cibo, per interi minuti, come mai era accaduto in un cannibal movie. E poiché nella seconda decade del nuovo millennio lo spettatore non si fa ingannare facilmente, Roth sceglie di non uccidere realmente animali per dare un tono documentaristico alla pellicola, cosa fatta dei suoi illustri predecessori -con notevole strascico polemico- ma si concentra “solamente” sul concetto del'”homo homini lupus” per sferrare un’intelligente è mirata critica alla società occidentale, che fa e distrugge senza remore, ogni cosa, ogni cultura.
Inevitabilmente la pellicola sta già riscuotendo pareri contrastanti: c’è chi già la inserisce tra i “cult” dell’orrore e chi invece ne parla con delusione, perché si aspettava qualcosa di più! C’è chi la condanna inesorabilmente perché al giorno d’oggi, con quello che succede realmente, non serve a nessuno mettere in scena una mattanza fine a se stessa!
Beh, Eli Roth se ne frega e ci scherza su. Lo si capisce dalle immagini, dai dialoghi del film, dalle situazioni proposte e dalle battute al fulmicotone professate dai protagonisti, che per la loro estraneità rispetto al contesto nel quale si inseriscono, volutamente creano un effetto straniante che rende lo spettatore compiaciuto nella visione: è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, per tutta la durata del film.
L’originalità di quello che ci viene proposto è esercizio di grande stile in grado di essere compiuto solo, appunto da una mente contorta. E questo sicuramente è il più bel complimento che si possa fare a questo grande regista per quello che è riuscito a mostrarci.
Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.