Editors: In Dream

0
Condividi:
Quinta ed attesa prova discografica per gli Editors.
In Dream prende le distanze dal precedente e molto deludente The Weight Of Your Love, disco si orecchiabile ma con una sola canzone degna di nota, la splendida “Sugar”.
Le dieci nuove tracce si specchiano nella copertina del disco, con un Tom Smith immerso nell’oscurità resa ancora più impenetrabile da quella flebile luce che lo illumina. Perché gli Editors 2.0 sono sostanzialmente una incarnazione della visione del loro leader, dopo la rottura con Urbanowicz nel 2012, tre anni dopo l’uscita di In This Light And On This Evening. Con questo disco In Dream ha in comune un utilizzo massiccio dell’elettronica, mai così cupa e plumbea nella discografia degli Inglesi. A differenza di ITLAOTE il risultato è indubbiamente più fluido, meno pesante e molto più raffinato.
La voce di Smith regna sovrana ed è il vero marchio di fabbrica della band. L’utilizzo del cantato in falsetto, fortunatamente è più moderato rispetto a quanto sentito in TWOYL ed è funzionale a colpire nel segno l’ascoltatore, come nella raffinata “No Harm”, posta in apertura.
Grande impatto emotivo è garantito anche dalla seconda traccia “Ocean Night”, ottima ballad da arena, con le tastiere che dettano il ritmo per spianare la strada ad un pregevole suono di basso.
La chitarra quando è presente, rimane sempre essenziale è mai invadente, come in “Forgiveness” e in “Salvation” dove risulta essere molto efficace nella tessitura della trama del ritornello.
“Life Is Fear” con i suoi synth meravigliosi vince nettamente ai punti lo scontro con la tanto blasonata -personalmente non ho mai capito il perché- “Papillon”.
L’elettronica che permea ogni minuto dell’album, ottiene il suo risultato migliore nella traccia numero sette, “Our Love”: un beat 80’s, unito ad un cantato in falsetto, riportano alla mente certe soluzioni molto vicine al synth pop dei Bronski Beat, contribuendo creare una canzone molto emozionante, contraddistinta da un bellissimo crescendo finale.
Purtroppo non tutto il resto dell’album è all’altezza. Brani come “All The Kings” e “The Law” sono sì piacevoli, ma non memorabili. Una canzone come “At All Cost” mostra quanto sia difficile affrontare sullo stesso campo i The National, mentre la conclusiva “Marching Orders” sarebbe davvero una bella canzone, se solo durasse tre minuti e mezzo in meno.
L’impressione è che, volutamente, Tom Smith abbia deciso di abbandonare per sempre le atmosfere post punk delle origini, per dedicarsi ad una elettronica raffinata e di stile, piuttosto che (fortunatamente!) far sprofondare la Sua creatura in lidi molto banali come quelli manifestati in TWOYL.
Questa volta il bicchiere è mezzo pieno, ma vogliamo di più.
Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.